Recensioni

Come capita ogni volta che ci ritroviamo a recensire un volume della serie FRKWYS della Rvng Intl. l’incipit non può che essere lo stesso, ovvero che probabilmente questa è una delle collane più interessanti di sempre. L’idea stessa di unire un pioniere e dei discepoli – non necessariamente in questi termini, ma ci siamo capiti – di un determinato suono è la dimostrazione pratica della forza intergenerazionale di un certo tipo di musiche e l’auspicio al proseguimento di queste contaminazioni trasversali. Stavolta tocca a un mostro sacro del minimalismo come Arnold Dreyblatt, già fondatore della Orchestra Of Excited Strings e frequentatore di Pauline Oliveros, La Monte Young e Alvin Lucier, e gli Horse Lords, il quartetto di Baltimora che più di tanti altri si è guadagnato una certa fama in ambito afro-funk-minimal-kraut-rock, sigla massimalista ma anche qui ci siamo capiti.
Terreno d’incontro tra l’approccio minimalista del primo e la forza poliritmica e cangiante dei secondi, implementata dalla presenza come guest del nostro batterista extraordinaire Andrea Belfi al posto del batterista Sam Haberman (i tre Horse Lords, come Belfi e Dreyblatt sono di stanza in Germania, mentre Haberman è rimasto a Baltimora) è Extended Field, quattro lunghe riflessioni in cui gli elementi caratterizzanti i rispettivi approcci si intersecano e diluiscono in maniera quasi naturale. Advance è una marea montante in apparente stasi in cui corde e droni introiettano lentamente basso e batteria creando una ipnosi minimal percussiva che si lega alla successiva, lunga title track, in cui le fila sembrano essere tirate più dagli Horse Lords e la propria idea di poliritmia, in questo lavoro implementata dalla presenza: screziature ritmiche e movimenti incalzanti di sax spostano l’asse compositivo verso una sorta di quartomondismo free senza eccessi. Suspension rende omaggio al proprio titolo con una sospensione minimale dalle profondità più recondite dello spazio cosmico, su cui a sua volta si adagia la conclusiva Impulse Array che sembra circolarmente ricollegarsi all’iniziale Advance: una apparentemente immobile introduzione tonale su cui via via si vanno assommando e stratificando ritmica storta e geometrie cangianti fino al crescendo finale fatto di schegge di suoni in ogni direzione, rigurgiti free-jazz, polifonie mathy. Insomma, se FRKWYS è come sempre garanzia di qualità, questo volume numero 18 non tradisce minimamente le attese e si piazza nell’empireo della collana (e non solo).
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