Recensioni

Un secondo disco che per certi versi torna utile come cartina tornasole per controllare il polso della casa discografica della Grande Mela, da sempre felicemente ancorata al suo sound classico, occasionalmente pronta ad aprire le porte a qualcosa di più sinistro (Factory Floor), ma sopratutto manifestamente orfana di quell’act spiana-classifiche che gli LCD Soundsystem di James Murphy riuscivano ad essere.
Ed è allora proprio la figura di quest’ultimo ad aleggiare – nuovamente – sul ritorno discografico di Nick Millhiser e Alex Frankel, musicisti che avevano già attratto parecchia attenzione e buone recensioni con il loro debutto omonimo nel 2011 e che si riconfermano una delle prime forze del dance-punk attuale. Ufficialmente Murphy ha unicamente co-prodotto il singolo Teenagers In Heat, uscito in 7” e nemmeno presente nella tracklist di Dynamics, ma la sua influenza è molto più evidente di quanto i crediti diano a vedere.
Una produzione che giostra attorno a un’estetica di fondo ormai appurata, una manciata di tracce in cui gli Holy Ghost! riescono a calarsi in maniera quasi naturale nei meccanismi che facevano muovere i culi dei 2000’s, impersonando alla lettera lo spirito goliardico e retrò che caratterizza l’etichetta.
Percussioni secche e asciutte e synth palesemente 80’s, ma anche quel songwriting nerdy che punta all’epicità, formula raffinata dagli LCD con Losing My Edge e All My Friends e che ritroviamo qui nel singolo Dumb Disco Ideas. Tutto questo ma non solo: Dynamics è più solido del predecessore per quanto riguarda i singoli episodi, ma mantiene intatte le coordinate synthpop già tracciate da Hot Chip, The Rapture e ovviamente LCD Soundsystem e che, forse, sono ormai da qualche anno sparite dal radar.
Disco-nerd che prende anche pieghe più sexy con I Wanna Be Your Hand e segue passi più prettamente Warp-iani (in odore primi !!!, ma di riflesso anche Giorgio Moroder) con It Must Be The Weather. È un’uscita piacevole, che divertirà e non poco il pubblico affezionato a certe sonorità 80’s. Peccato per i vocal di Frankel, non sempre all’altezza di elevare i pezzi allo standard da heavy rotation che altrimenti meriterebbero.
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