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6.3

Ormai da quasi dieci anni Nick Millhiser e Alex Frankel rappresentano il duo nu-disco e alt-dance Holy Ghost!, pur essendo usciti con il debutto omonimo (prodotto dall’LCD Soundsystem James Murphy) soltanto nel 2011, in seguito a svariati e fortunati remix di brani partoriti da artisti quali MGMT e Moby. Se l’esordio aveva dato l’impressione di due nerd capaci di riadattare gli anni Ottanta a proprio piacimento, riservandosi un posto preciso in un universo musicale mai dettato dalle leggi del tempo, Dynamics era rimasto lì come un boccone un po’ amaro, troppo confusionario e incentrato su concetti ariosi più che su fatti concreti capaci di sostenerlo appieno. Crime Cutz, null’altro che un EP di quattro brani nati nel corso di tre silenziosi anni di pausa, è la riscoperta dell’entusiasmo iniziale degli Holy Ghost!, stavolta scevri da qualsiasi pensiero e soprattutto dall’ansia da prestazione che avrebbe portato l’idea di un LP intero.

Prodotto con un occhio di riguardo che si percepisce fin dalla title-track energica e ricca di suspense, ben memore delle lezioni impartite dalla disco anni Settanta, Crime Cutz si muove nei meandri di quell’elettronica che incita a farsi ballare evitando inutili menate, come confermano i momenti salienti del secondo pezzo Compass Point, in cui viene a galla tutta la fermezza della band. Stereotype affronta il tema del progresso tecnologico senza abbandonare quel quid che aveva attirato i riflettori sul duo di Brooklyn, pur fungendo da anticamera per la messa a tacere dell’euforia generale: l’EP è infatti destinato a chiudersi seccamente con la conclusiva Footsteps, ben più moderata rispetto alle tre precedenti.

Crime Cutz è dunque un lavoro che da un lato mette in rilievo le capacità degli Holy Ghost! nel cimentarsi in un divertissement restauratore di generi appartenenti al passato, ma che dall’altro pone l’attenzione su una carenza nei testi (sempre poco convincenti) e sulla probabile necessità per il duo di imboccare nuove strade.

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