Recensioni

7.3

Che gli Ho99o9 (pronunciati “Horror”) siano ormai un’istituzione di quella fanghiglia sottocutanea estremista che guarda tanto ai crossover di stampo 90s tra punk, elettronica e hip hop quanto a quel rap industriale esploso tra le fila di Dälek, Cannibal Ox e Death Grips, poi ramificatosi verso i vari JPEGMAFIA, Danny Brown, Clipping, Shabazz Palaces e tanti altri, ormai è cosa assodata. I due LP con cui il duo TheOGM/Yeti, ovvero United States Of Horror (2017) e SKIN (2022), si è imposto sono tanto viscerali quanto libertini nel loro collage di pulsante delirio post-apocalittico, elettronica cupa e cerimonia liberatoria disturbante, il cui tramite resta sempre e comunque il caos.

Con Tomorrow We Escape torniamo a sentire due artisti alla ricerca di uno spunto capace di ampliare la propria poetica senza snaturarla, senza quindi rinnegare né un forte nichilismo antisistema  né tantomeno un’esuberante e massimalista architettura timbrica e “melodica” che sì sguazza per acque ormai nettamente codificate, ma mantiene ancora il suo piacevole e carismatico fascino,

Ritroviamo gli Ho99o9 in questo ambizioso saggio sul disagio e sulle prigioni mentali che lo generano, sulla decadenza individuale e collettiva, che si dispiega in undici cartoline punk-rap frantumate, ognuna con una deviazione possibile dietro l’angolo. Pur non risultando né radicali come altre realtà hip hop (pensiamo agli Injury Reserve – ora By Storm ad esempio) né davvero versatili come altre (Danny Brown il primo a venire in mente), il duo dimostra qui come mai prima d’ora di saper padroneggiare un’estetica potente, mutevole e consapevolmente licenziosa.

Evanescente, dolorosa e climatica è l’intro recitativa I Miss Home, affidata al rapper nigeriano-americano MoRuf (“Knowledge of myself, we just reached another level / angel just called, but you’re dancing with the devil”) che apre le danze e, per certi versi, regola sin da subito la sensazione di un caos che copula con la sua trascendenza. Poi, certamente, non mancano gli stilemi canonici della band: la punkettata sfrontata di Escape, dove dolore e catarsi danzano un valzer imperfetto, Upside Down, miscela di autotune, Prodigy e un flow che da alienato si trasforma in tormentato, Tapeworm, grindcore pulsante dai ritmi sofisticati e dal suggestivo climax, o ancora LA Riots un trash metal che tende a una post-trap (o rage, se vogliamo) marcatamente anti-melodica e probabilmente troppo scolastica (vicina ad alcuni album passati di Backxwash).

Poi, come se metatestualmente i due riuscissero a evadere dalle proprie gabbie interiori — cliché compresi — la tracklist si apre e dal bozzolo emergono risultati che suonano come la naturale maturazione dei lavori precedenti. Immortal, impreziosita da una sublime e ultraterrena Chelsea Wolfe, è un dark pop che a chitarre lisergiche, percussioni secche e manipolazioni sintetiche affianca un senso di salvezza immateriale e fragilità emotiva, rendendolo uno dei brani più intensi dell’intera carriera, dove un flow frastornato e un ritornello traslucido creano la giusta ricetta. Stupiscono poi Psychich Jumper, insistente, robotico e poliritmico abstract dal turbato flusso di coscienza , o Incline, ode delirante al caos sospesa tra clipping. e Korn, che conferma una tessitura cesellata, viva e cavernosa.

Gli Ho99o9 incanalano il disagio e il desiderio di trascenderlo, in questo mondo o altrove, nel disco più riuscito, fluido e camaleontico della loro evoluzione continua, affiancandosi ad altre realtà (Paris Texas, i già citati Clipping e Backxwash, in parte Kenny MasonJoey Valence & BraeDenzel Curry, JPEGMAFIA e altri) che stanno tenendo vivo e, a volte, evolvendo l’era dei crossover tra chitarre ingarbugliate, grida sataniche e studio del flow. Il gioco ancora funziona, e molto bene.

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