Recensioni

Al quinto lavoro, l’operazione discografica dei Clipping è ormai evidente: mescolare fascinazioni da nerd con l’impegno sociale e un’inclinazione avanguardista capace di sfidare ogni etichetta. Il risultato è un concept album il cui contenuto onnivoro, esaltante e sperimentale – fatto di film, cartoni, filosofia, videogiochi – rischia di mettere troppa carne al fuoco, appesantendo l’intero progetto. In passato, il trio ha già realizzato opere di questo tipo, sorprendendo, ma talvolta esagerando. È il caso del dittico There Existed An Addiction To Blood (2019) – Visions Of Bodies Being Burned (2020), un doppio lavoro emblematico per il genere horrorcore, un percorso magniloquente e claustrofobico fatto di pulsioni violente, testi scabrosi e sonorità spigolose e anti-melodiche. Anche Splendor & Misery (2016), secondo disco, è un ottimo esempio: un’epopea tra Kubrick, John Carpenter, hip hop industriale e musica concreta, dove l’afrofuturismo, la coscienza sociale e la fantascienza si incontrano, ma lasciando da parte personalità e coinvolgimento emotivo.
Proprio da quest’ultimo i tre artisti di Los Angeles ripartono, prendendo principalmente le allusioni futuristiche e tecnologiche. Dead Channel Sky, dopo cinque anni di attesa, arriva in tutto il suo massimalismo attentamente costruito, con il rischio di pretenziosità latente. È una dedica al cyberpunk, “una lettera d’amore a un presente alternativo, dove l’hip hop e il cyberpunk convivono e si alimentano a vicenda”, per usare le parole dei diretti interessati. L’universo futuristico e distopico nato negli anni ‘80, infatti, sembra dirigere ogni momento, idea e pedina mossa sulla scacchiera, diventando musa e soggetto narrativo allo stesso tempo. Il richiamo parte già dal titolo, un riferimento a Neuromancer di William Gibson, romanzo cyberpunk per antonomasia, che influenzerà molti passaggi in scaletta, aggiungendosi a un intreccio di film, libri, videogiochi e musica ispirati alla corrente, tra i mirrorshades (gli occhiali a specchio resi famosi da Matrix), Il manifesto dell’hacker di Loyd Blankenship e il film sperimentale Koyaanisqatsi di Godfrey Reggio.
Il cambio di temi coincide con un cambio di rotta rispetto al clima gutturale, minaccioso e spudoratamente violento degli ultimi due dischi. Certo, il quadro minaccioso e claustrofobico rimane, ma le strumentali questa volta entrano in contatto con elettronica e derivati: dalla techno mescolata all’hip hop di zona Afrika Bambaataa (Run It) all’house più alienante (Mirrorshades pt.2 e Dominator, che campiona l’omonimo pezzo degli Human Resource), dal breakcore stordente alla Venetian Snares (Ask What Happened) alla synthwave di ispirazione 80s (Keep Pushing), e la Uk garage dai breakbeat fulminanti (Dodger). Una macedonia che talvolta straborda in altri generi: la carica incendiaria dei Prodigy è omaggiata in Change The Channel , l’abstract tra il Kanye West di Yeezus e il Tyler The Creator di Goblin trova spazio in Welcome Home Warrior, mentre Scams richiama le produzioni più cupe e scarne dei primi Neptunes. Le influenze sono tante, disparate, collegando l’hip hop di strada all’elettronica dei rave party. Un mosaico ambiguo e sfaccettato dove il trio riesce a trovarsi perfettamente a suo agio, tra l’eclettismo trascinante del duo alla console William Hutson/Johnathan Snipes e il tipico timbro inespressivo di Daveed Diggs, che qui si rivela ideale per tradurre il clima alienato e robotico del racconto. Il frontman rimane ancorato ai suoi modelli, fondendo l’ambiziosa follia di Del The Funky Homosapien, gli incastri iper-tecnici di MF DOOM e il flow tra Outkast e Three 6 Mafia.
Ambizione, cura maniacale ed esperimenti in laboratorio invadono anche il lato narrativo di un disco che, ancora una volta, ci sfida a trovare la giusta angolazione per osservarlo. La linea tra finzione fumettistica e realtà odierna è labile, talmente tanto che le due sfere sembrano sfumarsi tra loro ben più di una volta. In un’operazione che ricorda, senza raggiungerne gli stessi strabilianti risultati, l’omonimo disco del trio Deltron 3030, i Clipping ci parlano di una società comandata dalla tecnologia, di una dittatura autoritaria che ha strumentalizzato quest’ultima per comandare e alienare il popolo. Si parla di pubblicità che invadono addirittura il cielo, di cavi che trasferiscono le memorie dell’uomo, di gentrificazione iper-amplificata, scandali ambientali, tra la distopia e la cronaca. Uno status quo organizzato, materialista e spietato, contro il quale si riversa una vena critica amara e disillusa, la stessa che accomuna diversi artisti engagé dell’ultimo decennio (Billy Woods, i Run The Jewels e tanti altri).
L’album diventa teatro di ribellioni e battaglie, di hacker (Dodger racconta le dinamiche di un attacco, mentre Ask What Happened è un convincente apologo), truffatori senza scrupoli (Scams), spacciatori tra alti e bassi (Run It), o semplicemente uomini in cerca di fuga, nell’illusione dei videogiochi (Welcome Home Warrior) o nelle ambigue, spesso dannose, reti della memoria (Polaroids). Gli intermezzi sperimentali firmati Bitpanic e Nels cline (attuale chitarrista dei Wilco), non fanno altro che esasperare l’idea di un dark web psicotico e alienante dal quale siamo intrappolati senza scampo.
I Clipping continuano a fare le cose in grande, con le loro idee e la loro logica creativa. Rispetto alle fatiche precedenti, la ridondanza è tenuta a freno, merito anche di una cultura già affermata e ampiamente ramificata, utilizzata come bussola e misurino. Dead Channel Sky è l’ennesimo lavoro dai mille spunti, polisensoriale, iper-intricato, un disco che ha bisogno di spazio e tempo per essere compreso e digerito pienamente. L’hip hop sperimentale d’oltreoceano sta viaggiando a ritmi folli, raggiungendo esiti sempre più strabilianti, ma il trio dimostra di poter competere, e lo fa con una sinfonia socio-politica composta da nerd in fissa con Neuromancer.
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