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La prima cosa da rilevare, controllando la tracklist di questo nuovo e a lungo atteso album dei Cannibal Ox, è un’assenza: quella di El-P. Guardando in retrospettiva il precedente (e per alcuni capolavoro) The Cold Vein, e conoscendo le dinamiche che muovono il modus operandi dell’ex-Company Flow, ci si domanda quanto abbia pesato il newyorchese nell’economia di un suono che era la perfetta sintesi tra la rappresentazione del ghetto e l’immaginario fantascientifico. Sono domande legittime, essendo questo sincretismo la perfetta cifra da tirare fuori quando si vuol dire perché The Cold Vein era un album decisivo per l’hip hop dei primi anni Duemila. Quel suo unire un immaginario vitreo, argenteo, robotico con uno scheletro che, volente o nolente, prende(va) sempre i suoi passi da una musica terribilmente legata al corpo ed alla vibrazione: quella black. Dunque, Blade Of The Ronin rappresenta, a livello filologico, un momento di interesse, generando un sacco di domande: quanto c’era di potente e innovativo in quel suono, allora? Quanto è rimasto di innovativo, oggi? Sovrapponendo i due dischi a distanza di quattordici anni, chi ha fatto cosa? E se dovessimo mettere su un ring di puro divertissement l’ultimo Run The Jewels e questo, chi vincerebbe? Ma soprattutto, quanto è valido il suono dei Cannibal Ox, oggi?

La risposta è: tanto, tantissimo. Vast Aire e Vordul Mega hanno tirato fuori un album enorme. Un dato quasi oggettivo può rendere l’idea: dell’ora e poco più di durata, delle diciannove canzoni raccolte in Blade Of The Ronin, non vi è nemmeno l’ombra di un riempitivo. Nulla. È un modo di dimostrare la propria ambizione e di non sottrarsi alle responsabilità nei confronti della propria identità artistica. I Cannibal Ox hanno preso tutto ciò che è successo negli ultimi vent’anni dell’hip hop ed hanno semplicemente cercato di muoversi su due sentieri: mantenersi fedeli a sé stessi, irrobustendo la capacità espressiva intra-hip hop del loro immaginario e, dall’altro lato, dare un’occhiata, forti di questo bagaglio, anche fuori, nel più grande recinto della black music, quando non della musica tutta. I risultati di questa seconda via sono brani come Blade: The Art Of Ox, che mischia i vecchi Cannibal Ox, introiettando dosi più massicce di funk, l’organo posto in territori sci-fi (pare una spia, per alcune note tenute troppo a lungo) per poi passare, unito alle voci femminili, ad un registro commovente: e qui siamo in un ambito soul che per esempio l’ultimo, arzigogolato e incensato D’Angelo non ha toccato, quanto a nitidezza. Una profondità emotiva che viene addirittura aumentata nella melodica Thunder In July (per quanto la melodia nei Cannibal Ox sia sempre da intendere al netto della componente hardcore, dove flow e groove vengono prima). E quanto c’è di innovativo, nell’universo cannibale, in questo: in passato i due artisti erano certo stati graffianti, intelligenti, perfino trascinanti, ma mai così emozionanti.

Certo, si potrà obiettare che non abbiano fatto proprie certe istanze grime come ha fatto l’ultimo Kanye West, muovendosi su un territorio più classico, per certi versi opposto a quello. Ma è una scelta che premia, perché i Cannibal Ox hanno deciso di progredire a modo loro. Basta guardare le copertine dei loro due album, per capire: dove c’era il grigio tecnologico e il gruppo di creature aliene, ora c’è un rosso appassionato a coprire un samurai solitario. Il duo di Harlem ha dunque deciso di dare un taglio ad ogni cosa superflua, per arrivare alla carne, alla sostanza, e ripartire. Questo è, in soldoni, Blade Of The Ronin: due artisti che hanno il completo controllo (un controllo spaventoso e per una durata ragguardevole) su una matrice sonora unica applicata in maniera identica ma sempre differente in ogni brano, con un senso della misura raffinatissimo. Fateci caso: i flow non durano mai più del tempo necessario, ed ogni pezzo fa storia (sonica) a sé.

Il Wu-Tang Clan è sullo sfondo, con l’immaginario dei samurai, ma la cifra è totalmente personale: le sfaccettature del suono variano tra un groove spesso durissimo e aperture atmosferiche che spaziano dal ghetto al terzomondismo. Per dire di questo ampio spettro, basta passare dalla classica (ed autoreferenziale, ma in senso buono) Iron Rose alle staffilate tra Medio Oriente e kosmische presa male di The Power Of Cosmiq (riferimento al produttore Bill Cosmiq?), fino a giungere alla sinuosa Salvation, che chiude l’album con la perfetta sintesi di tutto ciò che oggi sono i Cannibal Ox: se mai è esistito un soul-sci-fi, eccolo. Quattordici anni di attesa, e neanche uno speso invano.

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