Recensioni

6.5

30 giugno 2021. Prima che la variante Delta si prendesse la testa dell’alfabeto delle nostre paure, il songwriter MC Taylor, fondatore, titolare e compositore unico del moniker in oggetto, aveva sentito il bisogno di divulgare una riflessione gaia e solenne sull’anno appena trascorso, dando alle stampe un lavoro concepito durante i primi mesi della pandemia – tra la primavera e l’estate 2020 – che se da un lato voleva mettere un punto all’esperienza appena vissuta e ai suoi cascami sull’interiorità dell’autore, dall’altro suonava come il fruscio di un cambio di pagina che più che chiudere il racconto svela la miriade di fogli bianchi ancora da scrivere.

Non c’è un respiro, di questo Quietly Blowing It, che dia la sensazione di essere l’ultimo. Anzi il dodicesimo album in studio (in 13 anni: a proposito di vitalità) del progetto statunitense sembra più la venuta al mondo di un nuovo nato che si sintonizza per la prima volta col ritmo basilare dell’esistenza. C’è un clima positivo a pervaderlo, ma non è una positività ottusa bensì il frutto di una piena e consapevole presa d’atto del bello insito anche nel brutto, di speranzosa riconnessione alla vita; per il tempo che ci sarà concesso – certo – ma che non per questo non merita di non essere vissuto appieno. Un lavoro fissato sul presente forse anche oltre le intenzioni dello stesso composer di Durham (North Carolina), e che alla luce della pandemia in atto suona un po’ come: soffriamo insieme, così soffriamo meno; piangiamo insieme, ché il suono di mille lacrime somiglia a un’estasi di gioia.

Il rapidissimo succedersi degli eventi che hanno avuto luogo nell’ultimo mese ha un po’ svuotato quest’opera del significato originario, ma non per questo la lezione deve andare persa: la bussola funziona pure nei mari in burrasca e soffiare silenziosamente suona come uno stupendo paradosso in risposta al fragore dei tuoni e alle raffiche del vento in tempesta. E se Terms of Surrender, il disco del 2019 registrato con Brad Cook e Aaron Dessner, oggi sembra di un’altra epoca (e forse lo è, come tutto ciò che è successo prima di quest’ultimo anno e mezzo), questo nuovo capitolo della band suona meravigliosamente schiacciato tra storicizzazione e attualità, tra dimensione collettiva e individuale, tra la sensazione di calamità in corso e quella della quiete dopo il tifone, quando si comincia a vedere la luce oltre le brume della desolazione. Tormento e disagio convivono alla perfezione con una celestiale sensazione di sollievo.

Un lavoro che muove dalle solite coordinate folk/roots (ai Grammy 2020, il succitato Terms Of Surrender ha ricevuto la nomination come miglior album nella categoria Americana) con una lista di riferimenti praticamente infinita che va – giusto per dare un’idea – da Dylan a Curtis Mayfield, a Neil Young/Buffalo Springfield, a John Prine, fino a Springsteen, Rod Stewart, Bill Callahan

Taylor è un’enciclopedia aggiornata agli ultimi interpreti del genere, tipo i Wilco più “morbidosi” richiamati in Back In The Wayback, o i War On Drugs rievocati in Glory Strums (Loneliness of the Long-Distance Runner), ma anche a voci che di riffa o di raffa possono ricomprendersi nella collana, come Morcheeba e Lenny Kravitz che fanno capolino in Mighty Dollar. Fermo restando che una The Great Mystifier, a nostro avviso l’episodio migliore del lotto, fa l’hula hoop con Ring Of Fire lanciando occhiate seducenti a metà tra il Johnny Cash più tenebroso e il Robert Mitchum falso predicatore de La morte corre sul fiume. Ma Taylor non abbindola, è sincero. Coinvolge col sorriso, abbraccia di speranza, un po’ come certo country d’antan à la  Carter Family Hank Williams. Niente a che vedere con l’epica allucinata dei Grant Lee Buffalo, la poetica desolata dei R.E.M. o il nichilismo working class degli Uncle Tupelo, pure fonti a cui il Nostro si è evidentemente abbeverato. In fondo, la vita è un soffio e tanto vale soffiarla piano.

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