Recensioni

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Muoversi lungo la sottile differenza che passa tra la levità e l’inconsistenza è, tra tutte quelle che giocano i cantautori, una delle partite più insidiose. Ancora di più se il songwriter in questione vive questo momento come uno di quelli decisivi. Ed è quello che fa MC Taylor, che si presenta al settimo appuntamento con un album lungo e con l’ambizione di fare un passo in avanti decisivo, inserendosi in un filone fatto di Americana moderna che guarda all’FM. O che almeno ci prova. Ma, più in generale, in quella corrente che percorre i generi e che parte dalla leggerezza per arrivare ad esprimere una forza emotiva più consistente (si pensi al Frank Ocean di Blonde, che tocca vette quando più è solo e nudo).

Eppure, per vagliare un disco spesso bisogna anche staccarlo dalla progettualità dell’autore, dai suoi obiettivi. Se si guarda infatti questo Heart Like A Levee come un tentativo di sfondare il muro dell’indifferenza generale, allora di sicuro la partita è persa: per parsimonia, per mancanza di rottura, (forse?) per una personalità poco pronunciata. Il suono di questa band non può certo scindersi dalla scrittura dei pezzi, e questi ultimi, per quanto buoni, non raggiungono mai il valore che dovrebbe spingerci a ricordarli. Tutto ciò, nonostante dietro ci sia l’impegno e, magari, anche il coraggio.

Ma, attenzione, Heart Like A Levee non è un brutto album: è semplicemente un disco che sta nella zona grigia del già sentito e fatto bene ma non abbastanza da ricordarsene. Che passa e non lascia tracce, siano negative o positive. E dire che Taylor e compagni ci hanno lavorato su e ci provano anche, con la West Coast che rivive di intarsi e percussioni nell’apertura di Biloxi, con i Wilco melodici di Tell Her I’m Just Dancing (il cui motivo è sicuramente tra i più accattivanti del lotto), con il blues tardo anni Novanta/primi Duemila dei Gomez di Bring It On (ma senza il funambolismo di quelli) e la voce che ricorda addirittura un Prince che spunta da Like A Mirror Loves A Hammer, col gospel raccolto di Ace Of Cups Hung Low Band. Ma niente, non ci siamo.

Il giudizio finale è la media tra il 5 dato per l’incapacità di lasciare un segno e il 7 per l’impegno. Una sufficienza, insufficiente a farci riascoltare il disco in futuro.

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