Recensioni

6.4

A sette anni da Dead to the World gli Helmet pubblicano Left, nono album di studio della loro lunga e intermittente carriera. Che parte bene con i primi pezzi; ma presto subentra uno strano mix tra medietà da comfort zone e velleità inespresse – tra hard e alternative rock, pure con un paio di ballate verso la fine che non lasciano il segno.

Il quartetto di oggi non è più da tempo quello degli esordi – il gruppo ammirato in Strap It On e consacrato da Meantime – anche se ha mantenuto in fondo la decantata rumorofilia e la trasversalità di ispirazione che lo portavano felicemente a tenere il piede in più staffe sonore: noise-rock – da quello arty di area Sonic Youth (ricordiamo che Hamilton aveva suonato con Glenn Branca e i Band of Susans dell’ottimo album Love Agenda) alla cattiveria meccanopunk dei Big Black – ma anche hardcore, metal e un pizzico di “grunge” nel momento della maggiore apertura a canoni pop.

Il brano inziale di Left, Holiday, è tra i più efficaci del disco – o almeno quello che spicca di più. Sembra addirittura fare spinning dalle parti del math rock melodico dei Chavez (ve li ricordate?), ma poi Hamilton ringhia un mezzo rap su un riff sostanzialmente nu-metal (genere di cui colpevolmente o meno gli Helmet hanno influenzato la nascita) e più avanti si lancia in un velocissimo solo metallaro di marca addirittura speed-thrash. Non per questo il pezzo sembra un Frankenstein: al contrario, ha una sua apprezzabile scioltezza.

Il resto del programma è incline a quello che potremmo definire grunge-core – e propone, sì, brani piacevolmente movimentati e carichi (Gun Fluf e NYC Tough Guy) ma anche qualcosa di più blando e non proprio convincente o di appartentemente più vecchio stile Helmet (Dislocated) senza la stessa quadratura feroce di un tempo. Lo strumentale conclusivo, Resolution, è una mini-ripresa addirittura di un brano di John Coltrane (dal capolavoro A Love Supreme): anche per la brevità, sembra un divertissement slegato dal resto.

Insomma, se la seconda parte di carriera del quartetto di Page Hamilton non è stata all’altezza dei lavori che abbiamo citato, questo disco non servirà a invertire la tendenza. Non è neppure il caso di essere troppo drastici: a tratti si destreggia degnamente, e non sprofonda oltre il lecito. Gli Helmet di oggi, nel bene e nel male, sono questi.

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