Recensioni

Il titolo del secondo lavoro di questo nom de plume italiano dice già molto se non tutto. Antoine Volodine, post-esoticismo, letteratura fantastica, distopica, weird (giusto per dare tre coordinate blande), ovvero un mondo inventato, infinito, tentacolare – cercatevi qualcosa sui numerosissimi eteronimi dello scrittore francese e vi si apriranno più mondi – screziato, multiforme, iridescente, in cui veglia e sonno, realtà e immaginazione, storia e storie perdono le loro coordinate e si disfano in un magma in cui tutto esiste e niente esiste. Letteratura visionaria, quindi, che si presta alla visione (cinematografica) e alla immaginazione (sonora), come dimostrano gli 8 brani di questa purtroppo limitata cassetta edita da Shrimper ma rintracciabile anche presso la nostra mai troppo lodata Dissipatio.
Heimito Künst inscena un percorso minimal-droning piuttosto vario e degno di una letteratura, come da manifesto, proveniente dall’altrove e verso l’altrove destinata. Utilizzando un armamentario prevalentemente d’ordinanza (synth, nastri magnetici, field recordings, electronics, microfoni a contatto, ecc.) ma aggiungendo anche organo, percussioni, tromba, voce, basso, tutti utilizzati in modo consono ai precedenti, Heimito riesce a muoversi con una alternanza di atmosfere e cambi di registro – dai territori minacciosi di Snow Speckled Train a quelli più piani e descrittivi di Sovchoz Red Star, fino a quelli e ambientali e soavemente psichedelici di Udgul – riuscendo nell’impresa di fornire davvero una sorta di colonna sonora immaginata o rivisitazione personale, scegliete voi la definizione che più di aggrada, di quel capolavoro di post-esotismo visionario e cangiante che è, fu e sarà per sempre Terminus Radioso.
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