Recensioni

Passano gli anni ma le Marche marce continuano a produrre rumore. Stavolta tocca a una nuova formazione, seppure Tommaso Pela, Marco Giaccani e Michele Alessandrini da Ancona abbiano fatto parte e trafficato a vario titolo con molte band del giro rumoroso, Lush Rimbaud e Jesus Franco & The Drogas su tutte. Sia come sia, questo Reboot System è l’esordio con la nuova sigla, e pur retrodatando le influenze fino al Detroit-sound originario e ramificandole fino all’oggi, si colloca diciamo nella fase di mezzo del noise-rock a stelle e strisce che tanti cuori ha rapito sulla costa est d’Italia.
Per dare una collocazione temporale, più Jon Spencer del medio periodo che Unsane, insomma, per quel gusto della melodia vocale in primis e del groove, poi. Qualcosa che prende e ribalta canzoni dalla struttura semplice e diretta innervandole di tensioni, slanci, curve a gomito, col Farfisa a donare quel tocco di weirdness proto-punk che si sarebbe ritrovata decenni dopo nel giro più off del p-funk dei primi ’00 e quel latente-ma-non-troppo amore per il blues che gli americani di cui sopra, ognuno a proprio modo, hanno sempre declinato rinvigorendolo a furia di spie al rosso e depravazioni sonore: Feelings è uno stomp-(noise)-blues fuori dal tempo, mentre Hard Nite richiama alla mente quel sottobosco di dropout alla Gallon Drunk, giusto per fare un nome purtroppo secondario; Guilty, col suo retrogusto post-punk/wave, è di nuovo spigoli e melodie e sembra riprendere la lezione di altri eroi apparentemente dimenticati come Echo & The Bunnymen o Teardrop Explodes e Here They Come sembra riprendere quella strafottenza che fu dei Fall, citati ovviamente come mentori dalla press.
Si sarà capito: gli Heat Fandango ci suggeriscono sin dal titolo di riavviare il sistema (musicale), e noi non possiamo che essere d’accordo se i risultati sono questi.
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