Recensioni

6.4

L’approccio (il mio) al debutto lungo di HAAi è quello sottilmente sospettoso che si ha con i dischi e gli artisti molto chiacchierati. Baby We’re Ascending è infatti il culmine di un percorso che ha visto l’australiana Teneil Throssell conquistarsi un seguito piuttosto consistente nella scena elettronica londinese – città dove attualmente risiede – e quindi britannica. Prese le mosse dalla militanza nei Dark Bells, progetto psych rock del quale era front-woman, Throssell ha perso la testa per l’elettronica durante un dj set di Ben Klock al Berghain (così narra la leggenda) e cominciato a selezionare musica: dai party di Coconut Beats a East London, alle ospitate su Rinse FM, fino a una residenza al Phonox di Brixton Road. I suoi dj set vengono ricordati da molti come energici e memorabili, grazie a un eclettismo invidiabile – se ne volete un assaggio, questo è il video giusto. 

Così, da digger e selezionatrice più che scafata, questo esordio lungo di HAAi respira inevitabilmente l’aria di un dancefloor bello sudaticcio, eppure anziché lasciare spazio ad abbandoni totalizzanti, Throssell distribuisce qua e là i momenti di distensione sotto forma di intermezzi veri e propri o tentativi di giocare con una forma canzone più canonica. I risultati di queste aspirazioni sono quantomeno altalenanti. Pigeon Barron sviluppa in versione estesa le premesse che Channels spalmava su tre minuti introduttivi dal sapore di brodo primordiale: una techno che si muove dalle atmosfere primi novanta di Paterson e compagnia, andando a lambire le propaggini più contemporanee di un Daniel Avery (col quale la collaborazione è esplicita nell’ultimo sciapetto disco dell’inglese, implicita ma ben visibile anche solo nel plasmare una direzione in questo lavoro) o un Jon Hopkins – non a caso ospite nel singolone che dà titolo al lavoro con quella che può facilmente andare ad aggiungersi ai numerosi pezzi e re-work da lui – magistralmente – sfornati. Già che ci siamo apriamo allora il capitolo ospiti. In scaletta c’è anche l’inconfondibile Alexis Taylor, la cui tonalità malinconica ben si sposa al mood etereo e dreamy di una Biggest Mood Ever che certifica come evidentemente certi opposti – la gioia della dance e una blueness molto inglese si attraggano (e la discografia degli Hot Chip sta lì a ricordarcelo, tra l’altro); Kai-Isaiah Jamal, poeta e attivista, regala forse il passaggio più interessante a livello testuale e contenutistico, anche se – diciamolo – questo Baby We’re Ascending non chiude mai il cerchio in pezzi memorabili. 

Certo non manca l’energia e di ciò va dato atto, anche se – viste le premesse di cui qualche riga sopra – pochi erano i dubbi al riguardo: in Bodies of Water riecheggia forte e chiara la vicinanza – non solo stilistica – con la Romy post XX, FM è un onesto incrocio di hauntologie di inizio millennio e techno industriale, mentre Purple Jelly Disc mette a segno l’episodio migliore del lotto, grazie a una schietta cavalcata acida che esplode in mille rivoli lisergici prima di affievolirsi momentaneamente e sfociare nella techno organica della title track succitata. C’è spazio per alcune destrutturazioni ritmiche e non soltanto in una Orca che occupa cinque dei propri otto minuti a esplorare vibrazioni vicine – ancora – all’ambient dei The Orb o anche, ma meno, ai KLF di Chill Out. 

Il tutto per un’ora di musica che non scontenta nessuno, ma al contempo non si espone, restando vagamente anonima e senza il mordente che, anche il chiacchiericcio, faceva presupporre. Chi non risica non rosica. 

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