Recensioni

6.7

Un esordio solista è spesso un baule in cui riporre idee irrealizzate e piaceri inconfessabili, pensieri sparsi e ragionamenti in sordina accumulati negli anni, immaginiamo soprattutto se ti chiami Giovanni Gulino e ne hai passati ben sedici, di anni, in una band nota ai più come Marta Sui Tubi. Formazione, la suddetta, partita in “formato indie” all’inizio dei Duemila, diventata di culto in quegli anni e negli anni Dieci del nuovo millennio, e col tempo finita a collaborare con artisti come Lucio Dalla e Franco Battiato, passando persino per Sanremo. Sempre però senza rinnegare uno stile musicale riconoscibile e originale.

A un certo punto quel baule deve essere sembrato troppo pieno a Gulino, e allora all’appuntamento col primo disco in solitaria il Nostro si è fatto trovare pronto e in abiti eleganti. La produzione artistica di Urlo Gigante è di Marco Gargiulo, ed è di quelle ingombranti: non disdegna un certo pop tutto sintetizzatori evocativi così in voga in quest’epoca di contagi musicali istantanei, ma mostra anche una certa raffinatezza che va oltre la “strategia”. E che in termini più prosaici significa avere ben chiaro che di là dal mixer c’è uno con abbastanza esperienza e carattere per fare suo quel linguaggio, innestandolo sui tipici rollercoaster in forma di testi che siamo abituati ad ascoltare a queste latitudini e su una voce molto più che semplicemente versatile.

In effetti si respira una ambivalenza quasi diabolica nel disco: per un brano come Bambi, che dal punto di vista degli arrangiamenti ha tutti i crismi di un crescendo radiofonico in stile Coldplay, ci sono un’iniziale Il tempo lo dai tu o una Dormiveglia che si gettano a capofitto nella tradizione Marta sui Tubi, e pure con un certo pragmatismo; per una Tra le dita che sembra un funk in stile Luca Carboni anni novanta c’è una Albergo a ore ricca di sbrilluccichii jazz che la rendono il vero capolavoro del disco, tra virtuosismi vocali e idee musicali folgoranti (ahhh..quel pianoforte!); per Un grammo di cielo che ipotizza un Tiziano Ferro leggermente rivisitato c’è una Lasciarsi insieme laccata dal feat. di Veronica Lucchesi de La rappresentante di lista; per una Sballamore in forma di ballad stile Michael Jackson primi anni ottanta c’è una Parapiglia che è una via di mezzo tra John De Leo e Bobby McFerrin, o una Sto inconsciamente – o forse no – hip hop.

La vera virtù di questo album, in realtà, sta proprio in quella complessità – non tanto intesa come una ricchezza di contenuti difficili da interpretare, quanto nei termini di una natura musicale che colleziona suggestioni non per forza armoniche – che alla fine ci trovi dentro, grazie anche alla collaborazione di Andrea Manzoni in fase di scrittura: un suono non abbastanza pop per essere ridotto a un semplice prodotto da bancone delle frattaglie, non abbastanza ricercato per diventare opera d’avanguardia, non abbastanza classico per chiamarlo cantautorato, eppure estremamente comunicativo e vitale, e ancora interessato a dare un significato profondo alle canzoni.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette