Recensioni

Dieci anni di Marta Sui Tubi in progress, da impetuoso duo folk etnico e arty a quintetto fautore d’un rock alternativo sfaccettato. Una parabola in bilico tra consuetudine e peculiarità (emblematica la formazione: voce, chitarra, batteria, organo e violoncello) condotta con evidente voglia di rendersi visibili oltre il compartimento stagno ed il ristagno del cosiddetto indie (vedi la collaborazione con Lucio Dalla e il mancato duetto sanremese con Anna Oxa, per non scordare i Primo Maggio e la Woodstock 5 Stelle…). Una fame comprensibile, più che legittima, che lungo la strada li ha portati a mediare quel talento furibondo e imprevedibile in qualcosa di più mediato, un po’ meno votato alle irrequietezze tentacolari (convertito semmai in stralunata raffinatezza) e sempre più disposto a votarsi anema e core alle istanze della melodia.
L’approdo di questo percorso sembra coincidere con i due pezzi presentati a Sanremo 2013, l’arguta Dispari e quella Vorrei che sembra una versione tridimensionale (cioè con l’additivo della sostanza) dei Negramaro. Però i due marsalesi (e compagni) sembrano avere capito il rischio dell’istituzionalizzazione e conseguente cul de sac, difatti il resto del programma del qui presente quinto album propone alcune interessanti novità. A partire da un utilizzo pregnante anche se mai invasivo dell’elettronica, che comporta palpabili venature wave come ne I nostri segreti e soprattutto Il collezionista di vizi (dove avverti inquietudini noir à la dEUS ed apprensioni futuriste Tears For Fears altezza Pale Shelter). È una brezza riformista che carezza un po’ tutti gli episodi, dal cantautorato psych con strascichi progressive de Il primo volo (qualcosa del lirismo Dave Matthews Band) all’esplosione funky (roba da primi RHCP) che sconquassa il blues sardonico di Tre, passando per Vagabond Home (primo cimento assoluto in inglese, folk prog favolistico e inquieto à la Peter Hammill) e una Maledettamente bene che sfodera misticanza di stili, sincopi, sussulti e agnizioni melodiche mantecata di escandescenze elettrosintetiche.
Se il lato più retrivo non demorde in La ladra – ballad acustica a base di archi e didattica esistenziale, roba che sanno fare bene ma in cui avverti chiaro il retrogusto del mestiere – la sintesi più azzeccata di prontezza e prospettiva coincide con quella Grandine che cucina suggestioni intense e resinose, un bel bordone di violoncello e il talkin’ che snocciola uno dei loro testi migliori (“perché è sempre seducente chi può farci del male/perché è sempre seducente chi vuol farsi del male”, e poi “la speranza è una risposta vaga a una domanda sfocata/ (…) una tana scavata in fretta mentre lasci il tuo odore nel naso del tuo predatore”). Se da queste parti può esistere una zona franca tra mainstream e “alternativa”, i Marta sui Tubi stanno provando a farne parte. Non senza merito.
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