Recensioni

Dookie. 1994, il primo album dei Green Day. Ovvero: diarrea. Semplice, diretto. Quella che viene a forza di junk food e birra e botte da orbi sotto al palco dei loro primi concerti al 924 Gilman Street Club a Berkeley, California. La diarrea non è solo intestinale ma è esistenziale, viene dall’essere figli del reflusso degli anni ’80 che ha aperto i ’90, la diarrea di giornate “fuckin lazy” (Longview) spalmati sul divano a spappolarsi il cervello davanti alla TV generalista fin quando “masturbation lost its fun”, con le sfavillanti grafiche cartoon di MTV che scorrono sullo schermo. Quelle stesse grafiche che verranno colonizzate dai Green Day e da altri della loro scena dalla East Bay Area, come Offspring, Bad Religion, Rancid.
American Idiot. 2004, dieci anni dopo. Ugualmente semplice. Una nazione in mindfuck in preda all’isteria post Torri Gemelle; dopo la diarrea viene la “age of paranoia”.
Nel 2024 esce Saviors, ma nel 2024 ricorre anche l’anniversario dei due dischi sopracitati, che compiono rispettivamente 30 e 20 anni. Billy Joe e soci erano i ragazzini frustrati di turno quando dilagavano in heavy rotation su MTV, e credevano di avere visto tutto, ma si sono trovati come tutti ad attraversare Facebook, Instagram, TikTok, Elon Musk, Trump e tutte le fantasmagorie post-post-moderne di questo mondo. Quando si sta dietro a così tanti cambiamenti la formula ricercata sembra da qualche anno a questa parte la stessa. Come molti altri gruppi che arrivano ai 30 anni e passa di carriera, ci si dice: “Ma vi ricordate come abbiamo iniziato? Rifacciamolo.”
L’operazione nostalgia è dietro l’angolo e si intuisce dai singoli che anticipano il disco, The American Dream Is Killing Me, Look Ma, No Brains!, One Eyed Bastard e Dilemma, che sembrano tutti ricalcare i due album sopracitati quanto a pop-punk cazzone, linee melodiche accattivanti e qualche verso di critica sociale leggera, satira sarcastica che non sconfina mai nell’impegno.
La crescita sembra essere il tema spartiacque che fa si che il disco non sia un rimpasto mal riuscito della musica fatta in passato. Ad esempio 1981 è un throwback tra amici, non solo musicalmente: “she’s gonna bang her head like 1981”. MTV veniva lanciata il primo agosto 1981. Ma lo “slam dancing sotto la pioggia acida” – problema ambientale che cominciava ad emergere nel corso degli anni ’80 – rimane comunque un ricordo, e forse lo sappiamo che non sarà proprio uguale al 1981. C’è di mezzo la maturità e la paternità, come fa presente Father To A Son, forse a scimmiottare Cat Stevens.
In definitiva la crescita i tre non sembrano averla presa troppo bene: in Dilemma Billie Joe canta “I was sober, now I’m drunk again”, e “I don’t wanna be a dead man walking”. In generale le tinte dei suoi testi si fanno più scure. I Green Day in Fancy Sauce chiudono con un arpeggio che accompagna una semi-filastrocca, guardano tutto scivolare via e si augurano di morire giovani, “stupid and contagious”, citando Cobain, uno che ci è morto davvero giovane, molto più di loro. Insomma gli anni li sentono tutti, anche i più punk della Bay Area.
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