Recensioni

7.2

Di Emanuela Ligarò e del suo alias musicale Gold Mass è ormai qualche anno che si parla – anche su queste pagine – come di una realtà della scena italiana più intraprendente che sa guardare oltre i nostri confini, ottenendo anche riscontri lusinghieri. A farla conoscere è il raffinato album Transitions del 2019, prodotto da Paul Savage (uno che all’attivo ha pietre miliari come Young Team dei Mogwai o Philophobia degli Arab Strap). Non paga di una collaborazione prestigiosa ma sempre convinta delle proprie idee e forte della propria preparazione musicale, Emanuela inizia a prodursi da sola oltre a fare tutto in maniera assolutamente indipendente con il successivo EP Safe, del 2021, quattro canzoni di cui rimane impressa in particolare l’omonima – che con un gesto dirompente capace di sprigionare nuove potenzialità spezza il fin lì sinuoso ed elegante melodismo in chiave trip-hop-nu-soul per introdurre cassa-in-4, glitch e suoni da EDM contemporanea per quanto orientati in chiave minimal-dark.

Il nuovo EP Flare sembrerebbe partire proprio da quel coraggioso azzardo per portare avanti un’idea di musica elettronica come forma moderna e libera di cantautorato che l’autrice ha fatto sua e in cui rispecchia se stessa totalmente, in sintonia con i suoi slanci emozionali, le sue riflessioni più intense e soprattutto con il gusto e la voglia di cercare (trovandole) alchimie espressive e connessioni energetiche tra forme e generi diversi. Non a caso spazia tra gli scatti ipnotici con cui vira il synth-pop d’autore verso la techno in Earth, There Is a Sky Above You e Flare – brani che vivono di calorose accensioni e di passionali strappi ritmici – e i ripiegamenti intimi che marcano il suono post-bristoliano lento e liquido di Social Slave.

L’ultimo brano in scaletta è il più sperimentale e affascinante: Reverb, nel suo oscillare sincopato tra post-rock, echi di canto soul e risonanze nu-gaze, riesce a fare di un concetto sonoro la metafora di uno stato d’animo e di tutta una condizione esistenziale e umana. «Il nostro riverbero è ciò che rimane di noi quando abbiamo finito di parlare ed esporci, è l’immagine di noi che lasciamo […], l’idea di noi che vorremmo realizzare e provare a interpretare per gli altri» scrive lei stessa nella presentazione. Riverbero che qui è protagonista assoluto, letteralmente, attraverso il layering sonoro accurato e il raffinato dronescape di sapore ambient-industrial che lega le diverse atmosfere musicali, e in senso figurato perché è quello che rimane di profondo e temerario dopo l’ascolto di questo tutto sommato breve lavoro: unico veniale difetto, ampiamente compensato da una densità estetica che lo dimostra altrettanto ambizioso e riuscito dei precedenti firmati Gold Mass.

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