Recensioni

7.2

Abbinati soltanto perché EP meritevoli di non passare inosservati a causa della loro sudditanza nei confronti del formato-album, ma anche perché entrambi in grado di spingere con caparbia lo sguardo più in là, chiaramente oltreconfine, attraverso scelte stilistiche del tutto contemporanee, Turbulence e Safe ci parlano chiaramente dell’ispirazione delle loro autrici, delle loro irrequietezze e necessarie auto-difese.

Dopo il 12” di quattro brani Camo, del 2016, con Turbulence Emanuela Drei, aka Giungla, continua ad affinare il suo pop-rock energico e spigoloso, per quanto potenzialmente anche radiofonico, fatto di chitarra elettrica virtuosa e futuristica, il suo strumento principale, in aggiunta a campionamenti che forniscono spesso il battito ritmico da guerriglia urban e a synth sbarazzini, mentre la voce aggancia nuvole ribelli di melodie dream punk. I cinque brani in scaletta suonano da paura – ed è anche merito del lavoro in studio finalizzato con Andrew Savours, già all’opera per nomi del calibro di My Bloody Valentine, The Kills, Goldfrapp, The Horrors – e suonano per di più davvero freschi, come se ascoltarli equivalesse a un respiro rigenerante nella natura, alla quale si collega in scioltezza l’artwork della pittrice svedese Sophie Westerlind, che ha iniziato a raffigurare fiori durante il lockdown. Le linee digitali sospingono la title track, verso le fragorose esplosioni elettriche di Little Problem, con Jessica Winter, sino all’andamento sghembo di Walk On The Ceiling, che ci sembra nascondere una cura quasi maniacale degli incastri, che si tratti di piazzare un beat o un riff al posto giusto, e alla chiusura affidata ai saliscendi della più aggressiva Jump e dell’incalzante Give Up, dal piglio quasi disco. 

Safe di Gold Mass, all’anagrafe Emanuela Ligarò, fa seguito invece all’album Transitions del 2019 che, prodotto da Paul Savage, ci aveva immediatamente conquistati. Stavolta la padrona di casa fa tutto per conto proprio, occupandosi di composizione, produzione e registrazioni delle quattro tracce in scaletta. Il trip hop super dark dell’altro ieri diventa qui in sostanza più minimale – diretta conseguenza del bisogno di trovare un rifugio da qualsivoglia esperienza negativa, cosi come di permettersi finalmente il lusso di interrogarsi sul senso del tempo e dello spazio, lassù – e ancora più elettronico, mettendo in grande risalto linee canore che sanno farsi quando calde quando trattate in ottica sperimentale. Dalla scarna detonazione nu-R&B dell’iniziale Space al pop filo-romantic wave dagli ampi orizzonti della title track, dagli svolazzanti ghirigori sintetici dell’alchemica Souls – a indicare forse la rotta più affascinante del lotto – all’algido post-rock/post-dubstep con voci in backwards di Gravity, situata in una terra di mezzo tra Sigur Rós e Portishead, l’incanto è semplicemente garantito. 

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