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7.2

Il decimo album del gruppo dei Gogol Bordello viene annunciato come una “vendetta post-punk”, definizione dalla quale ci si aspetterebbe una sterzata verso le sonorità del filone recente di gruppi che praticano il genere ma la questione, come emerge da un’intervista al sito retrofuturista.com, è un po’ più articolata – e non sempre chiarissima.

Hutz dice di volersi vendicare di sé stesso perché “mi sono reso conto che per molti anni abbiamo fatto un sacco di musica che era semplicemente folle, turbolenta, ad alta energia, gypsy punk, hardcore, vivendo prevalentemente in quella zona”, mentre “una grande parte di me vive in un mondo di euforia e musica che proviene da un groove post-punk euforico, quindi volevo bilanciare le cose e portare in superficie quelle influenze iniziali”. La differenza tra le due cose non è chiarissima, se non che ciò cui vorrebbe tornare è una musica da una parte più varia, come nei primi tempi, dall’altra più minimale, come fece quando, stanco dei gruppi di vario tipo con cui aveva suonato per dieci anni, decise di fondare i Gogol Bordello come trio acustico post-tutto quello che aveva fatto fino ad allora e ispirato in qualche modo dalla gypsy music – salvo ritrovarsi, con naturalezza, con un gruppo di otto elementi nel giro di un anno e di nuovo hardcore elettrico coi synth nel giro di due.

Ma la musica semplice alla quale vuole rivolgersi/tornare è anche quella che fanno i musicisti che lui dice di amare, perché afferma di essere uno da “more is more” mentre razionalmente sa benissimo che “less is more”: e allora la scommessa di questo disco è la rivincita dell’essenzialità sull’accumulo, per vedere cosa succede quando i due concetti si scontrano.

Ecco, i termini dell’uso di “post-punk” sono questi, anche perché le prime battute del disco non ricordano certo gli Shame o i Fontaines D.C.: anzi, oltre alla citazione dei Sex Pistols che dà il titolo all’album e alla prima canzone, oltre alla consueta furia e a un contesto sonoro generalmente in linea con quello solito del gruppo, l’impressione è tutt’altra, tra il ritorno appunto del synth (opera del recente acquisto Erica Mancini e non sempre misurati, ma è una scelta) e delle chitarre aggressive e sintetiche da tardo metal.

Si tratta certo di un disco rabbioso, anche perché riflette l’epoca contemporanea e “il fosso in cui si è infilato attualmente il mondo”, ma la furia dell’album è più controllata rispetto al precedente Solidaritine e stilisticamente più articolata, e all’oscurità dei tempi si risponde con la bella Life Is Possible Again, mossa dall’idea che le cose nella Storia sono cicliche e dopo il buio torneranno tempi migliori.

Andando avanti, si citano i Pistols ma ci sono sempre i Clash, in una No Time For Idiots (dovrebbe diventare un inno…) che innesta su un tipico brano di Hutz e soci l’andamento di Police & Thieves e una strizzata d’occhio al riff di Should I Stay Or Should I Go?, si lamentano i mali della rete (sembra) in Hater Liquidator mentre è un po’ prevedibile il folk-reggae di Boiling Point prima che si torni a correre con Ignition, uno dei singoli in cui al posto delle tastiere c’è un violino con tocchi d’oriente e in cui, per celebrare le amicizie vere e profonde nel video come nella canzone, si chiama a recitare Liev Schreiber, amico nonché regista 20 anni fa di Ogni cosa è illuminata, nel quale Hutz dava una grande prova d’attore nella parte di Alex, guida del protagonista..

Suggestioni, l’oriente e il film, che tornano nella successiva notevole From Boyarka to Boyaca: classico pezzo loro che inizia con un tempo poi a un certo punto parte a tavoletta, la canzone vede la partecipazione delle protette Puzzled Panther (molto hype, ci riserviamo di esplorare) – e forse proviene da loro quello strano passaggio melodico un po’ straniante ma efficace del ritornello – dove tra l’altro, tra i versi in spagnolo che contribuiscono all’impressione di un ricordo-Mano Negra, Hutz canta “todo fue iluminado” richiamando così anche il film suddetto.

Il resto prosegue sempre di corsa, con occasionali momenti prevedibili e il tono epico e accorato: una We Did Good With The Good We Did che stranamente può ricordare nientemeno che It’s Raining Men (!) ma funziona; Crayons che gioca con l’assonanza tra la parola francese per “matite” del titolo e l’espressione “crying on” e i cambi di tempo, anche qui col violino a guidare, di State of Shock che dovrebbe chiudere la scaletta. In realtà c’è ancora il mix di Nick Launay, produttore del disco, della cover di Solidarity, vecchio brano degli Angelic Upstarts, di cui nel 2023 Hutz aveva registrato una versione di beneficenza per le cure ai soldati ucraini insieme a Bernard Sumner, presente anche in questa versione come per rafforzare i legami col post-punk – stavolta quello vero – di cui si diceva all’inizio: la canzone ha una bella melodia e la versione è più misurata rispetto a quella di due anni fa, anche se un tocco di retorica c’è sempre stato fin dalla versione originale del 1983.

I Gogol Bordello alla fine festeggiano il decimo album con un disco che dopo tanti discorsi non si scosta molto dal loro solito, ma rispetto al precedente è più articolato e anche più ispirato come scrittura.

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