Recensioni

“Shall we practice a little meditation together?”.
Comincia così Impermanence And Death, la traccia d’apertura di Medicine, il quinto album del collettivo svedese dei Goat. Un invito che suona più come un’iniziazione a un qualche rito sciamanico, vista la piega che prende il brano (e il disco), che poi è quella consueta a cui ci hanno abituato i Nostri: sublimi e purissime suggestioni passatiste anni ’70, in bilico tra psichedelia, folk e prog, eseguite con uno slancio e una genuinità che non hanno nulla della sofisticazione, ma che semmai realizzano il prodigio di annullare lo spazio-tempo e farci sentire autenticamente traghettati in un’altra dimensione.
Un viaggio sonoro talmente realistico, quello in cui ci guidano i Goat, da spingerci puntualmente a chiederci se davvero ci troviamo dove credevamo di essere, o se per caso non sia stato tutto un errore, e in realtà scopriamo soltanto ora di appartenere a un qualche clan che popola le foreste ai confini del mondo.
Sì, perché i Goat hanno questo potere inaudito di farci uscire da noi stessi.
Dopo Oh Death, che a sua volta veniva dopo Requiem, la comune di Korpilombolo sembra proprio non voler abbandonare i temi dell’ineluttabilità della vita e della morte, ed infatti il focus centrale di Medicine è l’impermanenza e la coscienza di avere un tempo limitato. Con quale medicina curare questa consapevolezza? La ricetta dei Goat è interessante: “l’uso di psichedelici, la meditazione, l’apprendimento da altre persone, il restare curiosi e il non accontentarsi mai di un’identità solida“.
Questo e molto altro nel caleidoscopio di suoni e vibrazioni di Medicine, a cui riconosciamo un tono generale più pacato e contemplativo dei suoi predecessori, con flauti in primissimo piano, a fungere da richiamo primordiale, i fuzz e i wah wah a scandire le oscillazioni dei segnali, meno grida e più sussurri, e nel complesso atmosfere più rassicuranti e dilatate, molto più astrali che carnali – come in You’ll Be Alright o in Join The Resistance.
Le otto tracce di Medicine, promettono ancora una volta un’esperienza. Di più, forniscono l’antidoto perfetto contro la modernità e le sue nevrosi: riti sciamanici e canti d’uccelli. Un pò Pärson Sound, un po’ George Harrison in acido.
Letteralmente impossibile non amarli.
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