Recensioni
Goat
Goat
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Oh Death
Headsoup
Requiem
Goat
Goat
Goat
Goat, Local Natives, Crystal Fighters, Brian Jonestown Massacre
Goat
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Tony D'Onghia
- 28 Ottobre 2022








Fin dall’uscita del loro sorprendente album di debutto World Music – proprio quest’anno ripubblicato per celebrarne il decennale – gli svedesi Goat hanno sempre ostentato una sfrontatezza ed una totale mancanza di rispetto ed aderenza verso clichè e regole prestabilite di genere. A partire dal calderone di influenze musicali dal quale attingono con entusiasmo alla messa in scena tribale delle loro leggendarie esibizione live, dal mistero e l’anonimato con il quale mantengono circondata la natura stessa della loro comune artistica alla sciamanica presenza scenica delle vocalist-danzatrici che sono il loro punto focale dei loro concerti e le coinvolgenti, urlanti sacerdotesse che animano i solchi dei loro dischi. Questo atteggiamento di sfida ha fatto si che tutti i loro seguenti lavori discografici conservassero la stessa freschezza stilistica ed energica urgenza degli esordi.
A sei anni di distanza dal loro ultimo vero e proprio album – al quale sono seguiti un live, un paio di singoli, remix e spin-off e la raccolta Headsoup – i Goat ritornano vigorosi come li avevamo lasciati con i dieci nuovi brani che compongono questo Oh Death. Un ritorno per certi versi inaspettato visto che il sopracitato Requiem, già dal titolo, aveva lasciato presagire ad un possibile ritiro dalle scene della band. Altro che preghiera per i defunti; al contrario, il 2022 li vede piu spavaldi che mai – con formazione rimaneggiata secondo alcune voci che però, data la natura del progetto, non vengono né confermate né tantomeno smentite – e con un disco che già dal titolo riprende lo stesso tema facendo contemporaneamente da “memento mori” e da audace sfida lanciata con sprezzante scherno. Con tanto di campionamento della famosa canzone popolare The Hearse Song, ovvero “La canzone del carro funebre” (“Did you ever think/ when a hearse go by/that someday you are going to die”), ad aprire in maniera macabra l’intero lavoro.
Come il crociato Antonius Block – il protagonista de Il Settimo Sigillo, film diretto dal loro connazionale Ingmar Bergman – anche i Goat sfidano la Morte per rimandare la propria dipartita; ma non lo fanno sedendosi su una spiaggia solitaria e sfidando il Tristo Mietitore ad una partita a scacchi. No, lo fanno a modo loro, con la sfuriata hard psych rock iniziale di Soon You Die – un brano nel quale il sound chitarristico fuzz wah tipico della band viene riattualizzato da un nuovo impianto effettistico, non dissimile alle modulazioni estreme tanto care ad un Jack White, tanto per fare un esempio – che mette in chiaro le intenzioni combattive ed il piglio straffottente (“Soon you’ll die/But don’t you cry/’Cause you’ll still got time to go party”). Unendo anarchia ed edonismo e prendendo a prestito la spinta propulsiva dell’afrobeat per Under No Nation e Goatmilk o il tambureggiamento del beat della savana per Do the Dance. Arrivando perfino a mescolare arditamente desert blues e classico heavy metal in Blow The Horns.
Pur contenendo moltitudini di influssi, come già si diceva, la musica dei Goat è ormai per certi versi codificata, questo bisogna ammetterlo, e non costituisce più motivo di sorpresa. Nonostante questo, gli scandinavi riescono sempre ad infondere un senso di caotica, primordiale eccitazione alle loro canzoni. Anche quando, come nel caso di questo album, le atmosfere si fanno più cupe, ipnotiche e contemplative, come nelle jam finali Remind Yourself e Passes Like Clouds. Rispetto ai precedenti lavori sono infatti queste il vero elemento di novità, aggiungendo un livello ulteriore di profondità e dinamismo al loro repertorio. Se i singoli già citati sono forse le cose più immediate da loro prodotte finora, l’intero album nel suo insieme è quello più maturo, articolato e consistente. Sulla base di questo, non sembra realistico prevedere una prossima dipartita della band, molto più facile aspettarsi invece, prima o poi, un ennesimo esilarante, esaltante e riottoso capitolo di una discografia che non ha eguali nel panorama musicale (rock o no) attuale.
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