Recensioni

Secondo la leggenda, il collettivo svedese dei Goat esiste da tre decenni e più, sotto varie incarnazioni, formazioni e luoghi geografici di ubicazione. Il villaggio di Korpilombolo (529 anime stando all’ultima rilevazione anagrafica, risalente ormai al 2010), ovvero il loro mitizzato luogo d’origine, è stato abbandonato per trovare un quartier generale nella più metropolitana Göteborg. Lo spirito che anima questo misterioso progetto musicale – i cui membri (ricordiamolo) sono per numero ed identita da sempre coperti dall’anonimato – è rimasto però ferocemente immutato.
Non c’è motivo di dubitare della bizarra mitologia che li circonda, anche perche essa stessa contribuisce al loro fascino peculiare. È parte integrante del loro sound, e a testimoniarlo ci sono i tre album da loro pubblicati dal 2012 – anno d’uscita del sorprendente World Music -, con le canzoni in essi contenute che suonano davvero straordinarie: ancestrali e antiche tanto quanto la sabbia dei deserti e la materia rocciosa di cui sono fatte le montagne, e allo stesso tempo aliene, inconfondibili, imprevedibilmente anarchiche. Visto in una prospettiva più generale, lo stesso già citato album d’esordio rappresenta ancora oggi, a distanza di tutti questi anni, uno scarto in avanti rispetto all’eterno ed impantanato girare intorno a se stesso di gran parte del rock cosiddetto alternativo degli ultimi due decenni. In particolare, la claustrofobica nevrosi e la distopia ripetute fino alla nausea dal post punk da riciclo vengono qui sostituite a colpi di fuzz e wah wah con l’utopia di una musica rock (così definita fin qui per pura comodità, sia ben inteso) dalle infinite ed eccitanti possibilità. Un rock totale, tanto fisico e viscerale quanto mentale e psichedelico, che trova nella dimensione live il suo medium ideale – in esibizioni diventate a loro volta leggendarie – pur conservando tutta la sua forza e carica ipnotica anche in studio di registrazione.
Tutto questo ci porta a parlare ora di Headsoup, il cui unico difetto è quello di essere “solo” uno sguardo al retrovisore verso il repertorio passato dei Goat – attraverso rarità finora disponibili solo in formato singolo, b-sides ed inediti, tra cui brillano comunque due brani relativamente recenti – e non una raccolta di materiale interamente nuovo di zecca. Come sarebbe stato lecito ed auspicabile aspettarsi dopo una pausa discografica di cinque anni, del resto: tanti sono infatti quelli che ci separano dall’uscita del loro ultimo album Requiem.
The Sun and the Moon, Dreambuilding e Stonegoat sono qui a testimonianza della sorprendente irruenza degli esordi della band. It’s Time For Fun e Relax, risalenti all epoca di Commune, scavano ancora più in profondità ed allargano lo spettro di influenze. Union Of Mind And Soul, il loro più esplicito manifesto programmatico e singolo che precedeva l’uscita di Requiem, suona ora come allora euforizzante. Un elettrizzante grido di battaglia e un perfetto, irresistibile biglietto da visita. The Snake of Addis Ababa, Goatfizz, Let it Burn e Friday pt1, facciata A e B di un singolo uscito nel 2018, danno ancora di più l’idea di quanto realmente panglobale, onnicomprensiva ed autentica sia la visione musicale degli svedesi.
Registrate lo scorso anno, Fill My Mouth e Queen Of The Underground arrivano, cronologicamente, in chiusura di album, e non fanno che confermare quanto la formazione goda ancora di una splendida forma. Immediata e trascinante la prima, in perfetto stile heavy-psych la monumentale, minacciosa e granitica seconda. Solo due delle molteplici sfaccettature che questa fantastica band può vantare. A coronamento di una uscita discografica che, nonostante il suo essere “riassuntiva”, non perde nulla della propria incredibile rilevanza. Riff sabbathiani, blues desertico, ethio-jazz, dub, afrobeat, folk nordico, funk e tanto altro ancora: un vocabolario sonoro inesauribile è il patrimonio di cui i Goat misteriosamente sono venuti in possesso, a tutti noi l’onore ed il privilegio di poterne godere ancora una volta.
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