Recensioni

7.3

One More Death è il brano d’apertura del nuovo album targato Goat, il terzo in tre anni. Il misterioso collettivo mascherato proveniente dalla Svezia ha sempre incarnato – e incornato – il concetto di massima libertà espressiva, tanto nel modo di porsi quanto nel melting pot tra psichedelia e world music, ma i tempi sembrano addirittura più fervidi e febbrili che mai. In quantità di pubblicazioni, tre appunto dal 2022 a oggi, ad aggiungersi ai tre significativi album del precedente decennio, e nelle anti-direzioni sonore di fondo, senza freni, quasi jammistiche, eppure armonizzate in un ascolto conciso e ben delineato.

Se Medicine guardava maggiormente a influenze folk-garage post-Seventies, innescando qualche accostamento con certi Brian Jonestown Massacre, questo sesto capitolo di studio si riallaccia a Oh Death. Lo fa appunto con l’iniziale One More Death, una sventagliata elettrica a briglie sciolte, e lo fa nel mantenere alta la soglia del groove. Forse il titolo omonimo dell’intero lavoro sta a significare un’ennesima ripartenza, un ennesimo risveglio, oppure la quadratura di un cerchio particolarmente rappresentativo. Certo, le vette toccate con l’esordio World Music del 2012 sono difficilmente eguagliabili, anche in termini di sorpresa, eppure va bene così. Goatbrain, con le sue chitarrine spiritate, gli sciamanici canti femminili, le percussioni funk che pulsano e i fiati che proiettano magie, sta a dimostrarlo.

Va bene proseguire un rituale a suo modo unico, rinnovato per l’ennesima volta nel fervore, reso magari più moderno dai breakbeat hip hop riscontrabili nel peculiare Zombie, stranito dalle ritmiche ballabili e dal tocco dreamy delle tastiere, e nel trascinante, articolato singolo apripista Ouroboros, a restituire più che mai l’idea di ciclo, di morte e rinascita. Per il resto, l’afflato sperimentale, paragonabile a quello del progetto parallelo DJINN, è ravvisabile nello strumentale jazz-ambient Fool’s Journey e nei rigurgiti blues mixati a field recording naturalistici di The All Is One, mentre Dollar Bill e Frisco Beaver, quest’ultima con divagazioni da Doors sotto doppia dose psicotropa, in collegamento con la vecchia Disco Fever, riprendono a grattugiare corde infuocate come da tradizione.

Dicevamo: cerchi, cicli. L’uroboro, l’eterno ritorno, l’energia che si riforma, un altro mondo da propagare. Il segreto di una formazione che non sottostà alle limitanti regole del tempo.

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