Recensioni

È nella natura delle cose che il Maestro Giusto Pio venga ricordato come collaboratore del celebre e celebrato Franco Battiato. La relazione tra i due fu inizialmente quella di insegnante-allievo, con Battiato a cercare il Nostro per riceverne lezioni di violino. Da qui all’elaborazione di un sottogenere pop-arty che sollevò il buon Franco dal fardello di quegli otto album sperimentali responsabili di avergli precluso il grande pubblico, il passo fu breve. Le prove da studio su cui Pio appose l’imprimitura del proprio sound sono ben note e vanno acquistate in blocco: L’Era Del Cinghiale Bianco (1979), Patriots (’80), La Voce Del Padrone (’81). Il violino del Maestro è presente inoltre su altri lavori meno fondanti ma pur godibili, da L’Arca Di Noè (’82) a Orizzonti Perduti (’83). Ovviamente la caratura del Nostro va oltre questa collaborazione, oltre l’insospettabile successo del tormentone Un’Estate Al Mare per Giuni Russo e a quello sanremese di Alice con Per Elisa. La sua dipartita, lo scorso febbraio, impone la rianalisi di un lascito consistente, irremovibile nell’adesione a una sperimentazione mai fine a se stessa e vissuta con discrezione, quasi con pudicizia. Misureremo tale valore perciò sul suo lascito solista, una manciata di album in cui l’episodio per la Cramps Motore Immobile del 1978 rappresenta lo zenit di una ricerca sonora non scalfita dal trascorrere dei decenni.
La copertina dell’Lp introduce a un minimalismo dal sapore misticheggiante, grazie all’intersezione di due ampie linee che compongono una croce dal significato tutt’altro che cristiano. I due strumentali divisi per lato confermano l’impressione: la title track e la successiva Ananda, 15 minuti circa ciascuna, rappresentano una magica investigazione nei territori dell’astrazione, con campiture dilatate e foriere di una line-up giocata con squisita misura: oltre allo strumento del Nostro, hammond, pianoforte, arpa e i cori dello stesso Battiato, celatosi dietro lo pseudonimo Martin Kleist. L’operazione, va scritto, sotto un profilo storiografico è fuori tempo massimo per gridare alla rivoluzione. La drone music minimalista derivata dall’India buddista fu appannaggio, oltre dieci anni prima, dei minimalisti ante litteram gravitanti attorno all’ensemble newyorchese Theatre of Eternal Music, e dunque il compositore fluxus La Monte Young, il violinista Tony Conrad e, tra gli altri, anche il violista John Cale, prossimo all’avventura nei Velvet Underground. L’Italia era apparentemente digiuna da tutto ciò. L’uscita di Motore Immobile, in quasi contemporanea col pianistico L’Egitto Prima Delle Sabbie di Battiato, pone però due testimonianze miliari all’interno di un insieme che non otterrà, allora come oggi, particolari consensi se non quelli attribuiti da certa nicchia alle opere giudicate “cult”.
La traccia Motore Immobile specula sul concetto aristotelico di causa originaria dell’Universo. Lo fa con le armi della sensibilità musicale (timbrica e armonica in primis) e lo fa con la suggestione evocata da pensieri giocoforza irrappresentabili secondo i linguaggi a noi noti. In breve, su un bordone vibrante di hammond si posa qua e là un sussurro prolungato di voce maschile. Le permutazioni avvengono, lentissime, con modalità ovviamente imperscrutabili che non occhieggiano l’ambient più di quanto non faccia il compressore di un frigorifero. Ananda, termine che indica la “Gioia beata” scaturita dalla Realizzazione Spirituale nella religione induista, prosegue in un sentiero oltranzista, con il riverbero del pianoforte affiancato a un tappeto sonoro di finta staticità. Perché più l’ensemble gioca di sottrazione e più le dinamiche emergono. Dopo alcuni minuti ecco la pace, ecco l’azione tonificante della drone music sul sistema nervoso centrale e simpatico.
Un album che ascolteresti per ore poiché è nella sua natura non dire una sola parola, o meglio, non esprimere alcuna volontà sonora, pur rifuggendo la fissità. Un’esperienza apolide e dunque impressionante perché Made in Italy al 100%. Grazie per l’efficacia del suo silenzio, Maestro.
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