Recensioni

Per la prima volta i fratelli Giuradei scrivono insieme, il lavoro tra l’autore Ettore e l’arrangiatore polistrumentista Marco confluisce dopo anni di collaborazione in un disco scritto a quattro mani. L’album, naturalmente intitolato Giuradei, è uscito a febbraio per Picicca Dischi e vanta la collaborazione del Jairo “Depedro” Zavala chitarrista dei Calexico, uno che nel disco lascia segni evidentissimi di passaggio radicando il lavoro in un territorio di folk rock molto preciso, avvicinabile negli intenti ad alcune linee della scrittura di Capossela.
E’ un vero peccato che l’album rappresenti, in toto, un vero passo indietro rispetto a La repubblica del sole, terzo e precedente lavoro in studio di Ettore Giuradei. Ora i suoni risultano, nonostante il buon lavoro di produzione, appiattiti su un rigidissimo schema che vorrebbe dare vita alla commistione perfetta tra quel sound cabarettistico folk fatto di marcette e scioglilingua sonori (Mi dispiace amore mio, La sconosciuta) e quella radice rock che trova ad esempio ampio spazio in brani come Generale e Papalagi. Due cose, in questo disco, sembrano essere andate storte: la ripetizione senza tregua di certe sonorità che rende quest’album un loop di suoni e parole senza reali distinzioni di sorta tra i brani (ad esclusione della chiusura con Amami, una ballata), e soprattutto, una scrittura dei testi che non convince fino in fondo apparendo stranamente – vista l’esperienza già maturata da Ettore – claustrofobica, stagnante, eccessivamente autoreferenziale, di rado ricca di immagini convincenti.
Qualcosa da salvare? Sì, la follia, le punte di estro improvviso che emergono qua e là nei pezzi, la percezione di una profondità emotiva autoriale che è pur sempre, al di là degli scivoloni, la matrice prima di chi fa Canzone. Non perdiamo le speranze, insomma.
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