Recensioni

7.2

Chissà se il gioco dei sei gradi di separazione che abbiamo imparato dalla semiotica, dalla sociologia e da una bellissima trasmissione musicale tuttora in onda su Rai Radio Tre, funzionerebbe anche in questo caso: probabilmente no, perché associare il terzo disco da solista di Giorgio Ciccarelli a quel Blank Project uscito a firma Neneh Cherry nel 2014, ci pare più una fantasia da scribacchino valida solo entro i confini di quello strano gioco di rimandi – a volte senza capo ne coda, se non nella testa di chi li propone – che sono le recensioni musicali, piuttosto che una delle possibili riflessioni alla base dei sei gradi.

Eppure, a guardarla da una certa angolazione, l’analogia potrebbe anche avere un suo senso, se ci passate il salto mortale stilistico: là la musicista svedese incontrava un Four Tet capace di trasformarla in un animale tutto beat ruvido e minimalista, lontanissimo dai suoi esordi e incredibilmente efficace; qui Giorgio Ciccarelli scopre che lasciare mano libera allo Stefano Keen Maggiore chiamato alla produzione artistica significa creare il contraltare ideale per i testi poetici, in rima baciata e come al solito arguti di Tito Farace. Testi che vengono esaltati e resi ancora più potenti nei significati proprio dalle scelte musicali. Sia nel caso di Cherry che di Ciccarelli, si tratta comunque di una rivoluzione stilistica virtuosa – l’ultimo disco del Nostro, ovvero Bandiere, era decisamente meno “estremista” in questo senso – che tuttavia valorizza i lati nascosti della personalità degli artisti citati.

Chi conosce Ciccarelli solo per i trascorsi nei Sux! e negli Afterhours, ma anche chi ne ha seguito la carriera solista fino a questo punto, si troverà piuttosto spiazzato davanti a Niente demoni e dei: quel minimalismo che assegnavamo a Cherry poche righe più su, lo ritroviamo qui in slogan musicali taglienti costruiti sul binomio synth-programming (con qualche concessione saltuaria a strumenti come chitarra elettrica, chitarra acustica, E-bows) che sfociano, ad esempio, nel declamare quasi totalmente ritmico della bellissima Conto i tuoi passi, in una Non credo in dio che somma versi sbadatamente hip hop a una wave piuttosto scura, o magari in una Sei qui o una Non mi pento in cui si coglie qualche apertura melodica vicina a certi suoni che ci ricordano gli anni ottanta più sintetici (ma senza il pop). A episodi dritti e meccanici fanno da contraltare brani più scenografici dal punto di vista musicale, che giocano con la dialettica che si instaura tra i calembeur dei testi e le suggestioni garantite da sintetizzatori (im)portanti (Il giorno dopo l’ultimo giorno, il trip hop di Non basta), fino ad arrivare a una Cliché che rappresenta forse la parentesi più sperimentale di tutto il disco, per lo meno dal punto di vista armonico. 

Un album che cresce ascolto dopo ascolto, questo Niente Demoni e Dei, introdotto da un’opera di Milo Manara in copertina: per quanto ci riguarda, una bellissima sorpresa da parte di un musicista che non ci stancheremo mai di stimare per la dedizione e il coraggio.

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