Recensioni

Secondo una retorica razzista e senza basi reali che prospettava una imminente invasione culturale e fisica da parte di Cina e Giappone capace di soggiogare il modo di vivere all’occidentale, nel XIX secolo le popolazioni asiatiche erano considerate il “pericolo giallo”. Uno stato “emergenziale” costruito ad hoc su una paura irrazionale che giocò sicuramente un ruolo importante nelle dinamiche economiche e sociali tra le persone, e fece comodo a più di un governo. Siamo a fine 2023 e i “pericoli gialli” non sono ancora finiti: basta scorrere i titoli dei telegiornali o di un quotidiano per imparare che le notizie sono più notizie se possono essere trasformate in un allarmismo costante e lontano da ogni senso critico, ancora oggi utilissimo per fare ascolti e lettori, indirizzare i consensi ed eliminare i dissensi. Un meccanismo ormai talmente oliato da non scandalizzare più nessuno.
È da qui che parte Canali per il concept del suo nuovo album, a cominciare da una title track che sintetizza efficacemente il problema, nonostante un impianto quasi pop a livello di accordi: «So che ritornerà l’era / del pericolo giallo / è troppo tempo che non se ne parla più / colpa del pericolo blu / corri a casa che è già sera / segui il protocollo / un bollettino quotidiano per sapere / quanto devi tremare / viva la paura che si fa cultura / viva l’obbedienza che si fa demenza / impara l’abc e a dire sempre sì / il capo ti ama così». Anche se poi il disco lascia spazio a una ritrovata attitudine barricadera – da sempre iscritta nel DNA di Canali ma qui particolarmente a fuoco – in grado di spaziare anche su altri temi. Come accade in brani come C’era ancora il sole o la bellissima Un filo di fumo (forse l’episodio più emozionante del disco), in cui l’ex CSI sembra voler spiegare alle nuove generazioni come sopravvivere in un paese «che cammina a passi storti» e in cui ci si deve proteggere «dal sole, dai proiettili e dalle mine vaganti».
Sullo sfondo, “Resistenza”, sempre e comunque, ma non solo quella ormai istituzionalizzata dalla Storia e celebrata dai doppiopetti di palazzo – «l’autorevole compagno guarda in camera / dice di armarsi, sì, ma di pazienza / poi compare solenne, imposta la voce / e rende onore alla Resistenza / sia ben chiaro solo a quella di 80 anni fa / e sventola come un trofeo / il fiore secco del partigiano», si ascolta in Morti per niente – ma anche quella che serve per sopravvivere in un paese ostile e complicato («Che cos’è che è andato storto? / come mai questo silenzio? / ora puoi solo fare il morto / tanto per dare il buon esempio / mentre continuiamo a chiederci che cosa è che ci trattiene / ma evidentemente ci va bene così», recita Pulizie etiche).
In un disco che conferma con almeno 8-9 brani pregevoli l’ottimo stato di forma di Canali, veicolato da un suono basso-batteria-chitarre elettriche che come al solito non fa prigionieri, c’è spazio anche per certi Stooges inaspettati (Come si sta (La guerra di Pierrot)) o per una Cosmetico noise che sembra voler mimare un certo crossover primi Duemila, tra autocitazioni nei testi e chitarre urticanti. Insomma, davvero niente male per uno che nelle interviste continua a definirsi con una certa autoironia, un «vecchio di merda».
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