Recensioni

7.2

Romantico e urticante, cupo e iroso, cinico e viscerale, il secondo lavoro solista di Giorgio Canali (già chitarrista “rumoroso” degli ultimi CCCP, dei CSI e quindi dei PGR, tecnico del suono per i Noir Désir, produttore tra gli altri di Santo Niente e Timoria…) va annoverato senz’altro tra le migliori uscite nostrane dell’anno.

Rispetto all’album di debutto, la calligrafia di Canali s’ispessisce, delinea i contorni, compie un balzo nettissimo verso la propria auto-definizione. Forti di un’autorevolezza scostante, le undici tracce masticano infatti sarcasmo e amarezza con deciso piglio elettroacustico (le corde vibrano intense e nervose, il drumming rispolvera l’asciuttezza palpitante dei primi settanta), alternando torride decadenze in guisa di ballata (la narcosi psych à la Afterhours di Pesci Nell’Acqua, lo stringente climax dell’apocalittica Questa E’ La Fine) a spurghi post-wave più o meno frenetici (vedi la funkeggiante Corretto E Poche Storie, oppure la giga di Se Viene Il Lupo pervasa dallo spirito – più o meno “santo” – di Mark Lanegan).

C’è poi la propensione per l’idioma transalpino, vecchio “vizio” del Canali che produce forse i tre momenti migliori del disco: se La Démarche Des Crabes risveglia vividi spettri PJ Harvey (ma l’urlo del chorus ha la potenza sferragliante di Sacrifice To The Moon degli Ultimate Spinach) e Adagio Baroque sembra una jam tra Nick Cave e gli Slint, Maman Va Rentrer scomoda trepide suggestioni cinematografiche (difatti era presente nella soundtrack del film Guardami, diretto dall’amico Davide Ferrario) grazie ad un gioco sottile di corde pizzicate e distorsioni evanescenti, lasciando poi alla malinconica pietas di un piano il compito di farci attraversare questa visione densa e sospesa, questo senso di perdita sterminato e irredimibile.

Nella seconda parte la scaletta mette in evidenza una prosa più scopertamente narrativa, schizzando quadretti folgoranti in equilibrio tra cantautorato e pulsione rock, tra deliri emblematici (Fuoco Corri Con Me) e paradigmatiche ribellioni (Testa Di Fuoco – quasi un De André in salsa roots rock – e Rossofuoco, strutturalmente un po’ banale ma dal testo tutt’altro che prescindibile). Chiude la nevrastenia elettroacustica di Pompieri 2, che da sola basta a spiegare ciò che manca a un Ligabue per meritarsi la tesserina del club: l’intransigenza espressiva, quella determinazione che tradotta in suono si arpiona all’anima, come un virus incazzato, o molecole di tenerezza, o una visione d’abisso.
Rock adulto, consapevole, disubbidiente. Disincantato quanto fiducioso, orgogliosamente poetico e impuro, teso come uno sguardo da galera: in fondo di dischi così – di quelli che non smaniano per inventare, di quelli che ogni pezzo è uno schiaffo e qualche verso un tatuaggio nella memoria – c’è sempre un gran bisogno.

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