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6.8

E così Giorgio Canali prova a compiere il salto, si butta nel cono di luce, s’espone in prima linea armi e bagagli. Tra i bagagli, appunto, infila l’esperienza ormai lunga e il disincanto calloso. Tra le armi, invece, un’amarezza senza requie, il lucido disprezzo per ogni manifestazione d’ipocrisia e crasso sopruso.
E’ appunto alla luce di questo insopprimibile sdegno (o dignità battagliera) che potremmo interpretare i due titoli del disco, tanto quel 1000 Vietnam dell’edizione francese che il Che Fine Ha Fatto Lazlotòz di quella italiana (Laszlo Toth, lo ricordiamo, era il martellatore iconoclasta della Pietà di Michelangelo nel lontano ’72).
Ci imbattiamo così in sonorità solide, stratificate, crude: le dinamiche sono agili e aspre all’occorrenza, le chitarre acustiche mulinano infebbrate e le elettriche rosseggiano incandescenti, in più scimitarrate di sax, scorribande di violini “isterici” (la definizione – appropriata – è dello stesso Canali) e una voce allo sbaraglio con tutta la propria spigolosa nudità.

La Francia, dicevamo: Paese che occupa una posizione importante nel panorama professionale e mentale di Giorgio, tanto che metà dei pezzi sono scritti (e ben interpretati) nell’idioma transalpino, guadagnandoci in alterità, in antagonismo “culturale”, in teatralità (la conclusiva, disarmante, amarissima Ça Y Est) e fragore (la fenomenale 1.2.3.1000 Vietnam, funky rock memore di scelleratezze Negresses Vertes squarciato dal sax di Akosh Szelevenyi e dalle urla di Bertrand Cantat – due Noir Desir – nel concitato finale).
Una ruvida sensibilità, la voce striata d’alcool e fumo, il cinico dominio delle forme ed il vasto disincanto ci raccontano una vita spesa a macinare corde, a progettare e ghignare rock’n’roll. Ma c’è come un tremito dietro a tutto l’apparato che tradisce la vertigine, l’emozione di chi si abbandona al vuoto, consegnando se stesso ad una possibilità – solo una possibilità – di volo. Qui, se vogliamo, la forza e la debolezza del disco: Canali è tutt’altro che un debuttante, eppure mette sul piatto un’avventatezza da ragazzino a cui sia stata offerta la prima ed ultima possibilità.
Meditazione e veemenza si passano continuamente il testimone, quasi inevitabile che talvolta scappi di mano, che il passo s’imbrogli, che l’urgenza di tradurre l’urlo in suono sormonti la scrittura (in Va Tutto Bene e Nessun Presente, ad esempio), che la foga di aggrapparsi ai rivoli del post-grunge dimentichi di scolpire ombre e nitori (come negli esagitati ancheggiamenti Afghan Whigs di Coule La Vie, basso a cura di Gianni Maroccolo).
E’ tuttavia ragguardevole il modo in cui Canali riesce ad innestare il languido caracollare della “chanson” in corpo rock (come nella marziale 100.000, svolgimento narrativo Marlene Kunz tra coordinate Tabula Rasa Elettrificata), cogliendo il punto di congiunzione tra irruenza genuina e smaniosa teatralità (lo sbocco rabbioso di Au Bout, attraversata da nevrastenie bislacche come anima frustata, e gli Hüsker Dü più incandescenti aleggianti in Lazlotòz).
Tra lo spaesamento allucinato fatto brillare nell’iniziale Nanana Nanana, la narrazione antiepica di Nuvole & Blériot (con Marco Parente alla batteria) e gli shrapnel atonali di sax e chitarra della corrosiva Maquis, si delinea uno spettro poetico/stilistico già di tutto rispetto e che tuttavia suggerisce sviluppi più nitidi e affilati.

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