Recensioni

Se è vero che con Hammamet Gianni Amelio ha voluto rileggere una vicenda che prima ancora che politica era profondamente umana, approfittando del corpo scenico e statuario (e irriconoscibile sotto il pesante trucco) di Piefrancesco Favino, potremmo dire che un’operazione simile il regista calabrese ha voluto ripeterla anche con il suo ultimo lungometraggio, Il signore delle formiche, ispirato (ed è proprio il caso di utilizzare questo termine) alla vicenda dell’intellettuale Aldo Braibanti, prima e unica persona ad essere accusata del reato di plagio, reato poi tolto dal codice penale.
D’altronde, lo stesso Amelio era stato chiarissimo in occasione della presentazione del film in concorso alla 79ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, quando aveva affermato: «Questo film vuole infondere il coraggio di ribellarsi. È chiaro davanti a tutti, sciorinando i titoli dei film che ho fatto, che c’è sempre lo scontro-incontro tra due generazioni. È un film sul caso Braibanti? No. È una grandissima storia d’amore tra un uomo e un ragazzo, molto autobiografica». Peccato, però, che il caso Braibanti occupi praticamente i due terzi della pellicola. Vero è che la storia d’amore tra il personaggio magnificamente interpretato da Luigi Lo Cascio e Ettore (l’ottimo Leonardo Maltese) è il vero centro emotivo della narrazione, ma non è mai in grado di raggiungere quella catarsi necessaria alla risoluzione finale, accontentandosi di una conclusione lacrimevole e smielata (con quell’inquadratura fissa su Maltese ai limiti del ricattatorio).
Storia d’amore sì, ma anche e soprattutto vicenda politica, che Amelio affronta in maniera superficiale e didascalica, servendosi di una regia fin troppo composta e quasi televisiva, senza guizzi né invenzioni. Non sorprenderebbe nessuno se già da domani si cominciasse a proporre Il signore delle formiche nelle scuole per meglio capire come la politica possa intrufolarsi nella sfera privata di un cittadino perché questa ritenuta non consona alle abitudini generalmente accettate; sarebbe, tuttavia, un errore imperdonabile, vista l’arbitrarietà con cui sono narrate le vicende e le numerosissime licenze che Amelio si concede per alterare la realtà, una realtà che forse riteneva poco incline al suo pensiero.
La pecca evidente de Il signore delle formiche, infatti, non è tanto la sua natura pedagogica, né la sua regia scolastica ed eccessivamente didascalica, ma il suo calcare fin troppo la mano su una pseudo accusa all’Unità del tempo, “rea” di non essersi apertamente schierata a favore dell’intellettuale e compagno comunista. A dire il vero, l’Unità arrivò, tardi ma arrivò, a schierarsi apertamente a favore di Braibanti, ed è un peccato che Amelio non lo mostri, né tantomeno si vedono le voci di protesta arrivate dai vari Pasolini, Bellocchio (che è anche co-produttore qui), mentre chi ci mise davvero la faccia fu Marco Pannella (che il regista omaggia con un’inquadratura, anche un po’ grottesca, del volto di Emma Bonino).
Insomma, Il signore delle formiche poteva davvero ambire a essere un gran film, ma viene sistematicamente affossato da una parte centrale che invece di essere complementare diventa predominante nel ritratto di un’epoca, e finisce per dire cose sacrosante (come appunto l’accusa al moralismo conservatore del Partito Comunista) nel modo sbagliato (con ritratti poco lusinghieri e personaggi o bianchi o neri).
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