Recensioni

Un esordio discografico del 2010 (Piume), un libro di poesie nel 2011 (Il museo dello sbaglio) e uno nel 2014 (Madonna delle cicatrici), e un amore sconsiderato per Bob Dylan e il blues. Questo per quanto riguarda la cronaca; il resto è un Petali a firma Gian Luca Mondo che dallo Zimmerman riprende la logorrea tagliente e dalla musica del Diavolo l’oscuro esistenzialismo, il mito prepotente del perdente, quest’ultimo trasposto in una dimensione interiore che vive di provincia, amori strazianti e fallimenti.
Davvero impressionante lo scolpire continuo e spietato di una prosa che sa di narrativa e poesia, più che di versi e refrain, che vive di immagini potenti in punta di rima («Sono più di 60 anni / Che non si mette mano al fucile / Ci sono i fili con i panni / Sopra ai fiori nelle aiuole / Si sente odore di cibo buono / E non si sente più vergogna / A pensare quando intorno / Si sentiva odore di carogna») e che nasconde sotto la coperta bucata di una spoken word apparentemente grezza un mood viscoso e densissimo. Troppo per racchiuderlo in musiche preconfezionate, e infatti il suono pulsa di indeterminatezza e di sudore esattamente come le parole: feedback che si rincorrono, qualche mitraglia di percussione, una chitarra elettrica che mima il boogie di John Lee Hooker senza esserne figlia legittima, e dall’altro lato ambienti sonori destrutturati, talvolta sognanti (Lo sbocciare della Magnolia).
Da brividi la lascivia che nasce dall’accostamento di tromba swing e rigurgiti di chitarra elettrica in Valentina Blues, almeno quanto il Nick Cave più lancinante – in sbornia Nine Inch Nails – di Rivelazioni, il Leonard Cohen desolato assorbito dalla frontiera messicana di Crapshooter, il blues tra lo Springsteen di State Trooper, Skip James e gli ultimi Tinariwen (ma anche un Vinicio Capossela) di Il punto del cinghiale, le cadenze quasi industriali della title track. Ma è tutto il disco a funzionare, a divorarti boccone dopo boccone senza guardarti nemmeno in faccia, impegnato come è a scorticare murder songs ipotetiche e parole troppo pesanti per sciogliersi al sole. Detto tra noi, questo menefreghismo da mine vaganti, questa anomia da bluesman del nuovo millennio, è uno dei pregi maggiori di dodici tracce che sanno, in primis, d’esistenza vissuta. Non fatevele scappare
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