Recensioni

Nel giro dei tre anni trascorsi dal successo di Album Ghali è passato dall’essere sulla cresta dell’onda all’annaspare vistosamente. Quello che sembrava il numero uno della cosiddetta nuova scena, almeno a livello di appeal nazionalpopolarmente spendibile, ha semplicemente sbagliato quasi tutte le mosse da allora a ora. Vedi Cara Italia, il singolone che l’ha definitivamente portato nelle case e nelle radio di tutti gli italiani: una melassa di buoni sentimenti ed ecumenismo abbraccia-tutti che strideva preoccupantemente con il clima che invece si respirava nel tanto millantato “paese reale”. Perché se sovranisti e populisti vari sono in crescita, qualcosina di più cattivello era lecito aspettarselo.
È vero, parliamo pur sempre di semplice pop. Eppure i passi sembravano andare verso una maggiore politicizzazione di Ghali: il tanto sbandierato testo in arabo di Wily Wily, qualche parentesi sui problemi dei migranti di seconda generazione qua e là, le ospitate da Fazio e il conseguente ruolo da portabandiera della sinistra da salotto più gggiovane. E poi il remix di Vossi Bop di Stormzy, forse l’unica giocata azzeccata di Ghali nel recente periodo, sia perché alzava il tiro dell’internazionalità, sia perché affondava finalmente il colpo: «Salvini dice che chi è arrivato col gommon’ / Non può stare .it, ma stare .com / Anche se quando consegnavo pizze ai campi rom / Mi lasciavano più mance degli artisti pop (Uoh)», e ancora «Alla partita del Milan ero in tribuna con gente / C’era un politico fascista che annusava l’ambiente / La squadra da aiutare a casa propria praticamente / Forse suo figlio è pure fan che mi guardava nel mentre, ah», salvo, qualche giorno dopo, fare un grande passo indietro smentendo e rimangiandosi tutto».
Sembra che abbia quasi paura di affondare il colpo, Ghali. E l’impressione è ulteriormente corroborata da questo nuovo disco, arrivato dopo tre anni di scarsissima presenza social e ancor meno musica. Mentre Ghali stava zitto, il mondo della musica (citando King) «è andato avanti». DNA è esattamente il canzonettiere radiofonico che nella recensione del predecessore ci auguravamo non arrivasse. Grande assente Charlie Charles, che lascia posto ad un variegato parco produttori, e la risultante è un disco molto disomogeneo come suoni e come idee, oltre che come qualità. Si prova a fare un pochino di tutto, sbattendo la testa di qua e di là ma senza avere le idee troppo chiare: ci sono i retaggi house notturni (la ballata DNA, la scialba club-hit Boogieman con Salmo, Extasy), il solito reggaeton di plastica e filo-arabeggiante (Jennifer, Combo, Cuore a Destra), qualche retaggio trap (Fast Food). Anche i singoli principali non fanno altro che risolversi in copie carbone dei successi passati: Good Times potrebbe essere la nuova Happy Days, Flashback è una Ninna Nanna molto più fiacca.
I testi sono probabilmente l’aspetto peggiore: tralasciando episodi tragicamente cringe come «E tu sei vergine per gli astri / E quando lo facciamo è come se tu lo tornassi», l’intero disco si muove per lo più intorno ad una generica presa bene che ancora una volta sembra decisamente scollata rispetto alla realtà. Non necessariamente si doveva pretendere un disco politico a tutti i costi, ci mancherebbe, ma qualcosa di più di «Bella atmosfera / Ti prego non mi uccidere il mood, dai / Chi se ne frega dei tuoi “ma”, dei tuoi “se”, dei tuoi “bla-bla”? / Voglio stare in good times» ci poteva anche stare. E se anche Album, a conti fatti, era “solo” un buonissimo disco pop, qui rispetto al capitolo precedente manca davvero un po’ tutto: le melodie non sono quasi mai memorabili, le basi non fanno mai urlare al capolavoro, i testi sono per lo più mediocri (con, abbiamo visto, abissi di imbarazzo desolanti piazzate in giro). Ci sentiamo di salvare solo l’ottimo feat. con Tha Supreme (Marymango), che riprende il beat-twist di Sicko Mode di Travis Scott, la storta narcolessi di Scooby e la conclusiva Fallito, forse l’unico episodio in cui Ghali mette davvero qualcosa di sé. Un po’ pochino.
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