Recensioni

Peccato. Un vero peccato perché questa smania di voler accontentare sempre tutti si rivela spesso e volentieri controproducente. Peccato soprattutto perché, a dirla tutta, con Tutto è Possibile Geolier ha preso più di qualche ottima direzione stilistica e poetica. Poi però, per questa necessità di allargare la platea e adottare un effetto prezzemolo/playlist, ha confuso e offuscato il mirino, in una maniera irreversibile. D’altronde, per dirla con Jean Renoir, questa deve essere la Règle du jeu, la regola del gioco dei grandi numeri.
Alla fine però, nelle sue logiche ormai assodate, questo Tutto è Possibile mi pare superiore a diversi dischi pubblicati dai nomi altisonanti di questo urban più che mai addomesticato e algoritmico. Primo disco di Palumbo a cambiare cerchia di producer (il solito DatBoi Dee non è presente in scaletta), sembra essere superiore, a primo impatto, rispetto agli ultimi dischi dello stesso Geolier, ovvero Il Coraggio dei Bambini e la sua versione più mistica e introspettiva Dio Lo Sa. Il suo terzo LP tra i grandi (quarto in tutto, se si considera il debutto da emergente Emanuele), è quello che musicalmente suona sin da subito più educato e ispirato, in grado di strapparsi qualche memorabile medaglia al valore, nel suo innegabile tecnicismo, sia ritmico che melodico, e in un lirismo che, a volte sì a volte no, è parecchio efficace nel rendersi limpida visione del mondo di un uomo di successo affossato dallo showbiz, che riflette dunque sul suo posto nel mondo, famiglia, amici, amore e sapore del successo, oltre ai classici temi un po’ macchiettistici di strade, palazzoni, periferie e spacconeria materialista. Il tutto, ovviamente, nello spettro di Geolier, si risolve in una genuina ostentazione del puro accento napoletano, che spesso e volentieri si rende più ostico e inaccessibile (un punto a favore per chi, arrivato a certi numeri, potrebbe scegliere di farsi capire di più), e in una miscela di popolare, old school, black music e marcatissime contaminazioni pop.
Così, come accennavo in apertura, il Geolier che ritroviamo è un artista dai mille volti. C’è il Geolier che, continuando la tradizione di artisticità partenopea, è ancorato allo 081, prefisso che, in coda al disco, dà il nome a uno dei più convincenti highlights dell’opera, un’ode stradaiola dal retrogusto “banlieue” (un Rhove fatto meglio potremmo dire, nella costruzione di un ponte Francia-Italia), che rimbalza con la sua semplice linea melodica, il suo 4/4 bello frettoloso, e una cesellata e notevole matassa metrica, al punto da renderlo uno dei pezzi più appiccicosi e riusciti di una carriera ancora giovane. È lo stesso Palumbo che si manifesta in apertura e chiusura dell’opera. Nella title track che inaugura il disco, imbastisce un romantico duetto con un commovente Pino Daniele, fortemente voluto dal figlio. È un pezzo che, nel suo desolante binomio armonica-chitarra, e nella sua struggente eco di eternità, sfugge molto bene a qualsiasi accusa di indegno sfruttamento: è un intro che grida “grandezza”. Per quanto riguarda l’outro A Napoli Non Piove, lo svuotamento di sé diventa un’acida e nichilista visione del mondo, mentre un climax particolarmente efficace (da piano svuotato a boom bap minimale, fino a un cambio ritmico che si avvicina al synth-pop al neon di The Weeknd) chiude il disco con una nota di merito
Poi però, come nei peggiori dei destini urban, Geolier si impunta su altri suoi volti o, per meglio dire, su altre maschere che è quasi costretto, pare, a indossare. C’è l’amara ballad adolescenziale di 2 Giorni di Fila, con il solito insopportabile Sfera Ebbasta e una dimenticabile Anna, a sedurre TikTok e quindicenni. C’è P’Forz, la più Lazziana in scaletta, che alterna il solito binomio strofa rappata-ritornello cantato ipersaturo di autotune. Ci sono Fotografia e Canzone d’Amore, lamentele che piaceranno a radio, ragazzini malinconici e frequentatori dell’Ariston, pezzi che strizzano l’occhio ai peggiori Mr. Rain, Tananai e Irama nel fare delle turbe interiori un banalissimo lamento in scala minore. Ci sono poi, pezzi che non dispiacciono ma non convincono nemmeno. Parlo del luccicante singolone con 50 Cent, Phantom, con un ritornello ben impostato e un classico beat altezza Get Rich Or Die Tryin’, ma meno efficace; del piacevole g-Funk di 1H, che non sposta di tanto gli esiti ma potrebbe essere comunque una delle più sopportabili hit estive degli ultimi anni; oppure di Desiderio, fragile e crepuscolare jazz-rap, un po’ troppo schematico, sulla vanità del successo e sull’inasprirsi delle ambizioni.
Così è la vita nella serie A del nuovo sound dello stivale, un po’ triste e fuori focus, con tanti paletti e formule da seguire, con tanto potenziale represso e un’onda da cavalcare. E il rammarico aumenta se consideriamo che pezzi come Un Ricco e un Povero (“’O povero nun tene ‘o lietto / ‘O ricco sì, ma nun dorme”) o SONNAMBULO (“Chiagno e asciutto ‘e lacreme, m’aspetta nu show / ‘Nterra ce sta ‘o sanghe che è caduto / Nn’è servuto proprio a niente pecché tutt’e juorne lloco chiove”, gridato con tormentata disperazione nel ritornello), non sono di certo figli di un rapper pienamente omologato e senza niente da dire.
Con Geolier tutto sembra realmente possibile, e probabilmente il napoletano è uno dei rapper con più sostanza, attrezzi e visione che abbiamo in questo momento. Se solo fosse un po’ più svincolato e irriverente… Peccato.
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