Recensioni

Napoli, stadio Diego Armando Maradona. Ore 19. Il ventre dell’arena calcistica napoletana, tempio di tutti i devoti della maglia azzurra partenopea, pulsa al ritmo ossessivo di una techno da intrattenimento.
Gli spalti sono già stracolmi, il prato è una calca di ragazzi visibilmente infiammati da idolatria e smania entusiastica. Solo il Prato Gold lascia ancora spazi di manovra e movimento – e per mia fortuna, la fortuna di chi a cinquant’anni suonati ha deciso di unirsi a cinquantamila persone, in quella che è la serata finale di una tre giorni incandescente di musica, un tris di tre sold out istantanei e prevedibilmente messi in conto.
Due ore all’inizio del live, centoventi minuti che passano. Passano in fretta per me, non per chi freme da mesi: il desiderio vive tempi più diluiti di quelli misurabili. Non so come contano i minuti tutti questi ragazzi, posso solo immaginarlo. Una donna attraente ci annuncia dal maxischermo che ci siamo: il live sta per cominciare.
Il palco diventa una vampa di luci, il coro del pubblico saluta in un grido Geolier, che si cala dall’alto come un deus ex machina (traiettoria eloquente, per uno che proviene dal basso). Al suo “Napoli, ci sei?” risponde il boato dei fan, un contraccolpo di voci amplificato dall’inizio tellurico di Per sempre, prima traccia del nuovo album Dio lo sa e fra le sette migliori del disco uscito lo scorso 7 giugno.
È l’avvio alchemico di un live che contraddice la forma canonica del set rap. Ad affiancare Geolier sul palco nell’epilogo del suo triplo appuntamento al Maradona – ma anche nelle due serate precedenti – una combo di due producer (gli eccellenti Dat Boi Dee e Poison Beatz), cinque strumentisti di spicco (Guido Della Gatta, Cristian Capasso, Massimo D’Ambra, Carmine Landolfi e Francesco D’Alessio) e una nutrita sezione d’archi formata da quattordici violini e due violoncelli. Un amalgama che avanza compatto per 36 brani, due medley da 2 e 3 brani e un bis finale, senza alcun cedimento, né sbavature. Viene da chiedersi come sia riuscito un ventiquattrenne, in soli cinque anni e che mai avrebbe immaginato un tour negli stadi di lì a poco, a diventare il protagonista di una squadra tanto vincente per uno show che non ha smentito nella forma live l’ottima qualità della versione in studio dei brani in scaletta.

Da questo momento in poi tutto si snoda in maniera coerente con le due facce di Geolier: quella più melodica e sentimentale e quella che lo vede maestro di flow serratissimo. Alternandosi fra le hit più acclamate di Emanuele, Il coraggio dei bambini e dell’ultimo Dio lo sa, il guaglione di Secondigliano non perde colpi e regge una tenuta di palco da artista navigato, sia da solo che con gli ospiti. Gigi D’Alessio, Lazza, Rochelle, Mavi, Rocco Hunt e Luchè le guest della serata (un Luchè, peraltro, visibilmente orgoglioso della sua discendenza artistica, un orgoglio leggibile come un non troppo velato passaggio di testimone generazionale).
Fra gli ospiti anche Mv Killa, fratello-collega di Geolier e membro di SLF, collettivo d’assalto del rap partenopeo dallo straordinario talento. E qui si apre, a mio parere, un discorso a parte, perché il duetto fra i due – su Amo ma chi t sap e Cadillac – è la cifra evidente di chi è Geolier. Ossia, un rapper che viene fuori come tale nel flusso incalzante di rime privo di edulcorati romanticismi e melodizzazioni. Perché, ok: gran pezzo El Pibe De Oro, costruito magistralmente e altrettanto eseguito, ma resta pur sempre una prova della versatilità nel flow di Geolier, della sua raffinatezza interpretativa.
È in Red Bull 64 Bars che Geolier è Geolier. È sul ring della rap battle e del freestyle che Emanuele Palumbo diventa il vertiginoso Geolier, dimostrando che nessuno può essere Geolier se non Geolier stesso. Prova ne è stata la versione fatta in serata da mozzare il fiato: il nostro, non il suo. E anche il pubblico lo sa. Quel pubblico che ha cantato a squarciagola un’appassionata versione in solo di L’ultima poesia, ma che ha goduto trionfante quando il suo beniamino è crollato stremato dopo un egotrip micidiale.

Due parole, allora, sul rapporto fra Geolier e la sua fanbase, poiché è lampante che fra i due ci sia una simbiosi che trascende il mero apprezzamento artistico verso un musicista. Troppo caloroso il coinvolgimento durante il live, troppo incontenibile la partecipazione, troppo avvincente la corrispondenza reciproca. Si tratta di identità condivisa, di aderenza a un medesimo contesto anagrafico-culturale, di darsi parola in un mondo che stenta a parlare la stessa lingua dei ragazzi o che chiude loro la bocca troppo facilmente.
Geolier è riuscito dove finora nessuno era arrivato. E l’ultima data al Maradona, insieme alle due precedenti, è stata l’atto ufficiale di un’investitura che gli ha concesso il diritto di essere il portavoce di un’intera generazione.
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