Recensioni
Gavin Bryars, Caterina Barbieri e Kali Malone
Biennale di Venezia, Padiglione Italia
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Valerio Veneruso
- 26 Aprile 2024

Lo scorso 20 aprile la Biennale di Venezia ha ufficialmente aperto i battenti restituendo, come da tradizione, un certo ritratto dello Zeitgeist attuale visto dalle lenti del mondo dell’arte. Intitolata Stranieri Ovunque – Foreigners Everywhere, questa 60ma edizione si avvale della curatela del già Direttore Artistico del Museu de Arte de São Paulo, Adriano Pedrosa, per volgere lo sguardo nei confronti dell’altro e verso interrogativi riguardanti il concetto stesso di emarginazione. Propositi nobili che però, di fatto, si concretizzano in un’esposizione chiassosa e folkloristica formata da numerose opere particolarmente discutibili soprattutto per la retorica eccessiva che si trascinano dietro. Causa la quasi totale presenza di padiglioni esclusivamente dedicati a tematiche quali la questione di genere o la decolonizzazione, la sensazione generale è quella di trovarsi di fronte a un muro di omologazione tanto formale quanto concettuale.

Fortunatamente non tutti i partecipanti hanno seguito questa linea rivelando progetti che trattano il tema principale in maniera più intima e profonda. È questo il caso del Padiglione Italia rappresentato dall’artista multidisciplinare Massimo Bartolini e curato da Luca Cerizza. Accompagnato dall’ambiguità del titolo Due qui / To Hear (che se letto interamente in inglese aggiunge un senso ulteriore a tutta l’opera), il percorso espositivo si snoda attraverso la Tesa 1 e la Tesa 2 dell’Arsenale per offrire un accesso bilaterale capace comunque di accogliere lo spettatore in una dimensione altra che favorisce un importante distacco visivo (e non solo) da tutto ciò che si è visto prima.
Al centro del progetto di Bartolini vi è infatti l’invito a non sentirsi stranieri con sé stessi in modo da non esserlo neppure con gli altri. Il mantra è quello di ascoltarsi individualmente nell’ottica di comprendere la propria posizione nel mondo, e per fare ciò è stato necessario affidarsi alla sapienza di tre importanti figure della sperimentazione musicale contemporanea. Stiamo parlando di Gavin Bryars, Caterina Barbieri, e Kali Malone. Nelle installazioni in mostra il suono assume un ruolo predominante scaturendo dapprima (nella Tesa 1) da alcune canne di organo inserite all’interno di un imponente labirinto fatto di tubi metallici, e successivamente (Tesa 2) assumendo la “forma” di un La bemolle emesso da un’unica e lunga canna sulla quale poggia la statuetta in bronzo di un Bodhisattva (ovvero un individuo che rinuncia alla propria illuminazione per indicare la via agli altri uomini).

L’intervento concepito dalla Barbieri e da Kali Malone [Mute vette (A Reflection That Shines From One Mind Upon Another)] innesca così un effetto catartico che induce un’esperienza di silenzio interiore: uno stato meditativo favorito anche dalla presenza di altri oggetti tra i quali una sorta di fonte battesimale nella quale oscilla costantemente dell’acqua (Conveyance, 2024) e due rulli a motore dalle sembianze di grandi carillon sui quali è incisa la musica che suonano all’unisono.

Le vibrazioni sonore non si limitano però solo ai locali chiusi del Padiglione ma coinvolgono anche l’esterno. Nel Giardino delle Vergini l’allestimento continua infatti con il contributo di Gavin Bryars (e del figlio Yuri Bryars) che si materializza attraverso una composizione per coro a tre voci, campane e vibrafono, ispirata al testo del poeta argentino Roberto Juarroz, A veces ya no puedo moverme (Certe volte non riesco più a muovermi, ndr). E non è un caso che sia proprio Bryars a dare completezza al tutto dal momento che nel 2023 era già stato coinvolto da Massimo Bartolini per la realizzazione di In Là, un LP a edizione limitata pubblicato dall’etichetta nostrana Alga Marghen (recentemente ristampato in versione Venice Biennale Edition) .
In definitiva, per quanto possa risultare “difficile” e ambiziosa (se si pensa soprattutto ai costi complessivi che superano di poco il milione di euro) Due qui / To Hear appare come un’oasi di ristoro dopo un estenuante bombardamento sensoriale, un lavoro complesso ma dal sapore minimalista che sposta l’attenzione sul bisogno di cercare una certa introspezione per potersi dare al mondo: un monito che forse può fungere da suggerimento anche per le Biennali che verranno.

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