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Se la musica elettronica è per sua natura votata alla ricerca di nuove forme espressive, l’ungherese Gábor Lázár è uno di quegli artisti contemporanei che hanno forgiato un proprio linguaggio musicale. Piuttosto che inserirsi in qualche genere o filone consolidato, è andato via via sviluppando la sua concezione di un sound sculturale, in grado di toccare cervello e pancia (o meglio, i muscoli) dell’ascoltatore. Una visione personalissima che negli anni scorsi è stata accolta da prestigiose etichette di elettronica sperimentale (Presto!?, The Death Of Rave e Shelter Press), per poi approdare in casa Planet Mu nel 2020. A distanza di due anni l’ungherese torna alla corte di Mike Paradinas, questa volta con i 34 minuti di Boundary Object.

Composto da tracce registrate in tempo reale fra Budapest e Praga durante l’ultimo biennio, e pubblicato senza ulteriore editing, questo lavoro segna una svolta rispetto alla produzione precedente di Gábor Lázár. Sia perché è stato registrato in one shot, appunto, sia perché i sequencer digitali sono stati abbandonati a favore di un’interfaccia compositiva progettata dallo stesso artista sul software Max. Il titolo criptico rimanda ad un concetto preso in prestito dalla teoria sociologica e computazionale, per le quali un “boundary object” può essere qualunque cosa permetta una collaborazione fra gruppi di individui con diversi background e conoscenze. Una natura aggregativa che, se da una parte sorprende vista l’idiosincrasia creativa dell’ungherese – che comunque non è estraneo a collaborazioni, e pure di un certo calibro, visti i due album con Russell Haswell e Mark Fell – d’altro canto sembra trovare conferma nei dialoghi più o meno sotterranei che vengono instaurati col passato e col presente dell’elettronica.

Già Source proiettava, trasfigurandole, le sincopi electro come raggi laser su prismi ultra hd di precisione glaciale e rifrazioni letali. Questa volta Lázár fa un passo a lato e offre il suo album più variegato, per range di bpm e per soluzioni ritmiche adottate. Badate bene: se confidate in una palette timbrica più ampia e meno tecnofila del passato, rimarrete delusi; ma se vi chiedevate in quali altre forme potesse scolpire la sua “solita” materia dopo i due ottimi album precedenti, Boundary Object offre una piacevole risposta.

A metà tra l’astrattismo austero dei primi lavori e il club in HD di Unfold e Source, questo lavoro ci consegna un artista aperto e curioso di sperimentare, anche e soprattutto in virtù della genesi improvvisazionale dell’album. Il tris iniziale è sintomatico della versatilità di Gábor Lázár pur nella ristrettezza di mezzi: si parte coi bpm insolitamente lenti di Boundary Object I, per poi passare ad una personalissima rilettura della frenesia footwork nella seconda tracia, mentre Boundary Object III rievoca pattern e atmosfere dell’ondata post-dubstep di una decina d’anni fa. E il ventaglio di nuovi riferimenti debitamente fatti propri continua. Rispetto al passato recente emerge una vena glitch (Boundary Object VI e soprattutto VIII, quest’ultimo forse il pezzo più glitch della sua produzione recente), e c’è spazio anche per flash improvvisi di sentori sci-fi detroitiani e della Berlino subacquea targata Basic Channel/Chain Reaction nell’accattivante quarto capitolo. A voler trovare il riferimento più vicino, però, tanto per soluzioni stilistiche quanto per impianto concettuale di fondo – ossia, una musica elettronica ad un tempo troppo instabile per il dancefloor e troppo esigente sul piano percettivo per l’ascolto distratto in background – il pensiero va diretto al Vladislav Delay del binomio Vantaa/Kuopio, per chi scrive il vertice della produzione del finlandese nell’ultimo decennio. E come i due album sopracitati, anche Boundary Object è un’esperienza di trasporto mentale che penetra nel sistema nervoso e stimola il corpo spingendolo a movimenti singhiozzanti, improvvisi, anche discordanti fra loro. In altri termini vuol dire che non è un album club-oriented (a differenza, appunto, dei due predecessori) ma che, nelle mani dei dj più avventurosi e alle orecchie di un pubblico altrettanto aperto all’improbabile, ha tutto il potenziale per regalare momenti di estatici spasmi in pista.

Gli otto segmenti che compongono Boundary Object costituiscono forse il lotto più accessibile della produzione dell’artista ungherese. Se finora ci aveva abituati a granitiche sculture sonore, qui siamo invece al cospetto di costruzioni che sembrano disfarsi dall’interno e accartocciarsi su sé stesse in un moto perpetuo di riconfigurazione sonoro-percettiva. La natura compositiva da jam session ci restituisce dunque un Gábor Lázár in versione free e, soprattutto, un artista che raramente è riuscito a suonare così divertito e divertente. Mica male, visti i tempi che corrono.

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