Recensioni

7.6

Ci si è lamentati spesso ultimamente dell’assenza delle ideologie in musica. Della mancanza di impegno socio-politico, del tirarsi indietro, del rinchiudersi nel proprio orticello. Poche e vane le ultime sacche di resistenza, affidate a qualche residuo di aree estreme old school, l’hardcore e il grind più politicizzato, qualche rapper particolarmente illuminato e poco più. Per il resto, disimpegno cantautorale, fuga dall’assunzione delle responsabilità e leggerezza “pop” hanno preso il sopravvento su quella che una volta si sarebbe detta musica impegnata. Ora, da qualche mese in qua, ci è capitato sempre più spesso di utilizzare quel termine, “politico” (da intendersi in senso più ampio e primigenio possibile), per una serie di dischi, guarda caso tutti provenienti da una stessa area ideologica prima ancora che geografica. Lo abbiamo fatto per Irrintzi di Xabier Iriondo, per Silo Thinking di Makhno (a.k.a. Paolo Cantù) e ora torniamo a farlo per il terzo album della Fuzz Orchestra.

Morire Per La Patria (in uscita per una cordata di 15 label tra cui Blinde Proteus, Bloody Sound Fucktory, Boring Machines, Brigadisco, Cheap Satanism, Escape from Today, fromSCRATCH, HysM?, Il Verso del Cinghiale, Offset, Tandori, To Lose La Track, Trasponsonic, Villa Inferno e la citata Wallace) è il più estremo degli album appena citati. Non musicalmente, quanto per la predominanza dell’aspetto ideologico finanche sulla musica stessa e paradossalmente – o forse proprio in virtù di ciò – generato da un disco strumentale, privo di parole ma estremamente “comunicativo”, come nella miglior tradizione del trio milanese. Tutto nell’epopea Fuzz Orchestra rimanda all’impegno ideologico: l’immaginario evocato, i titoli degli album e delle canzoni, la stretta osservanza di una radicalità sonora in cui ogni singolo momento o dettaglio è funzionale al tutto. Il lavorio di Ferrario in sede di campionamento di voci è eccellente in questo senso. Codifica un messaggio affidandolo ad una serie di indizi (sotto forma di voci cinematografiche tratte da Montaldo, Petri, Pasolini) che ricompongono una sorta di geografia della ribellione, riannodando i fili del rifiuto della norma e del potere e ribadendo fieramente una rivendicazione libertaria che al terzo passo assume i connotati della completezza teorica e pratica. Costituendo, cioè, una sorta di flusso di coscienza stentoreo e “declamato” – la memorabile voce di Volontè nel “Giordano Bruno” o il Flavio Bucci del Petriano “La proprietà non è più un furto”, rispettivamente in Sangue e La Proprietà – che ci fa tornare in mente certo “spoken word” di altre realtà del panorama italiano. Stessa tensione creata senza cantante in carne e ossa.

Ripiegando sul passato, come già nei due dischi precedenti, ma facendolo funzionalmente all’analisi, spietata e lucida, della contemporaneità con una (ennesima e folgorante) chiamata alle armi che, dato che si parla di musica, mena bastonate devastanti in ogni singolo pezzo. Grazie alla chitarra sempre meno 70s di Ciffo – meno hard in senso stretto ma dal suono perfetto, calibrato e irruento in tutti i singoli pezzi – e a un batterista, il neo entrato Paolo Mongardi (Zeus!, Ronin, Fulkanelli), pesante e vario, invasato e metallurgico, da intendersi come crasi di metallico e chirurgico. La tempesta free-noise al collasso di Viene Il Vento (ospiti Iriondo alla chitarra e Edoardo Ricci ai fiati), il pachidermico avant-metal melvinsiano che accompagna in totale dissonanza il “belcanto” in Svegliati E Uccidi, l’hard a rotta di collo di Sangue e la cavalcata da lega dei furiosi della conclusiva Morire Per La Patria non sono che piccole gemme di un rosario di dolorosa consapevolezza.

Un disco e un progetto contro il potere in ogni sua forma e attraverso un potere che è forza eruttiva mai doma. Di diritto nella classifica di fine anno.

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