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Si avvicina ad ampie falcate il quarantesimo compleanno di Samuel T. Herring, voce, immagine e forza motrice dei Future Islands, con una seconda vita da rapper con il moniker Hemlock Ernst e freschissimo di exploit in qualità di attore, nelle vesti del misterioso William Wheeler, nella serie TV The Changeling trasmessa da Apple TV+. E compie diciotto anni (“siamo ormai un legacy act”, scherza) la sua band, che dagli inizi in sordina – ma con già le idee ben chiare – ha raggiunto una certa popolarità, come sappiamo, da David Letterman con una performance autentica e polarizzante, definita da più parti una tra le più memorabili della storia del celebre show americano. Un successo che da una parte ha permesso ai membri del gruppo di dedicarsi alla musica a tempo pieno – con un fitto calendario di date – abbandonando i day job, ma dall’altra ha assai probabilmente frenato l’evoluzione di un sound che si rifugia più del dovuto in formule di conforto (è in primo luogo il caso di The Far Field del 2017, il secondo registrato per la 4AD).

L’album numero sette, People Who Aren’t There Anymore (titolo ispirato da un dipinto dell’artista del New Mexico Beedallo, che è anche autore dell’opera riprodotta sulla copertina) introduce poche vere novità nella discografia del quartetto di Baltimora. Riesce ad essere accessibile, coeso e ben curato nel suono e conferma l’arte di Sam nel giocare con frasi ad effetto e nel far impregnare di significati ogni parola, ogni sillaba, ogni istante scandito dalla sua ormai inconfondibile voce pastosa, espressiva, capace di oscillare dal crooning alla rabbia dando giocosamente le spalle alla base che lo accompagna, sempre un synth-pop dalle parti degli Orchestral Manoeuvres in the Dark di Architecture and Morality (ma nel secondo In Evening Air era il ben più audace e divisivo Dazzle Ships il punto di riferimento) con più di un punto di contatto con i New Order pre-Technique.

Le atmosfere sono colorate con i pastelli che conosciamo, con la collaudata tendenza al monocromo, alle tonalità tenui, ma di punto in bianco si permette finalmente a qualche chitarra di dialogare coi tappeti di sintetizzatori e a rendere un attimo più interessante lo scenario. Prodotto dalla band insieme a Steve Wright, il disco vede il ritorno al mix anche di una vecchia conoscenza, Chris Coady, già con i Future Islands nel celebrato Singles (nonché con We Are Scientists, Beach House, Slowdive, Zola Jesus, Foals e Yeah Yeah Yeahs).

Ferite e lacrime, prese di coscienza, amori che vanno in frantumi tra incomunicabilità e pacchetti di sigarette fumate una dopo l’altra, allontanamenti e tentativi di rimettere insieme i cocci, voglia di rinascita nascosta dietro metafore tra fiori, stagioni, colori, si susseguono dal primo all’ultimo minuto delle dodici canzoni, una delle quali (Peach) risale al 2021. Scritto parzialmente subito dopo l’uscita di As Long As You Are, in piena pandemia, l’album risente del peso della separazione tra Samuel e l’attrice svedese Julia Ragnarsson; alcuni testi ne fanno riferimento senza infingimenti – si prenda King of Sweden, con quel passaggio “feeling like I’m 15, wandering with the Misfits” che riflette in un’immagine tutto un turbamento in cui la ritrovata libertà che ci fa tornare a un passato spensierato fa a pugni con il terrore dell’altrettanto ritrovata solitudine, quando quindicenni in realtà non si è più.

La confusione sentimentale di The Tower, che vanta uno tra i ritornelli più riusciti e cantabili del lotto, è presa a schiaffi da un beat metronomico e un basso che più new wave non si può, ma è con la melodia ottantiana di Say Goodbye, quasi à-la Voyage Voyage, che avviene il vero k.o. emotivo (la distanza geografica tra i due ormai ex innamorati si accorcia, ma è chiaro che siamo prossimi all’epilogo: “c’è un altro mese da aspettare / un altro mese per provare / ad aggrapparsi a una bugia / oh perché, oh perché / ci sto persino provando?”). L’architettura sonora di Give Me The Ghost Back è uno dei picchi del lavoro, per come tutto prende vita in maniera organica dall’intro all’esplosione del trascinante chorus, con Samuel T. Herring che a tratti suona come un Paul Young (lo ricordate, vero?) più corrucciato. L’aspetto più deludente è che il brano dura poco più di tre minuti. Sembra aperto a sviluppi ancora più eccitanti.

Dal vagare lento e notturno di Corner of My Eye in poi, Herring in People Who Aren’t There Anymore riprende principalmente a rimuginare, regalando qualche sporadico momento di tensione con il canto di The Fight, una fuga a fari spenti nella speranza che il telefono torni a squillare (“non sopportavo la pioggia, quindi sono scappato / e tutto ciò che ho trovato è la neve”). Nessuna caduta di stile neppure stavolta, eppure si arriva tuttavia un tantino stremati e annoiati a una conclusiva The Garden Wheel che è una sostanziale reprise col pilota automatico della più riuscita The Tower ascoltata mezz’oretta prima: giusto qualche nuance riesce a fare la differenza in una tranche finale senza troppe sorprese (tranne il feedback con cui si conclude The Sickness).

In attesa di rivedere i Future Islands alle prese con i loro coinvolgenti spettacoli dal vivo (grande la curiosità destata da anticipazioni che parlano di qualcosa tra gli Sparks e David Byrne, dire che siamo curiosi è un understatement), il nuovo capitolo della saga da una parte ci mostra una band che nel suo piccolo è un classic act con un’identità forte e un equilibrio invidiabile, dall’altra conferma alcune piccole debolezze in fase di scrittura e una certa prevedibilità di arrangiamenti talvolta troppo somiglianti tra loro (con scelte non sempre azzeccatissime riguardo al sequencing stesso delle tracce) che abbiamo riscontrato in passato.

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