Recensioni

La difficoltà di rimanere fedeli a se stessi. A sentire le prime dichiarazioni del quintetto di Sunderland (Gran Bretagna) è stato questo il punto più difficile da tenere in questo anno in cui hanno rimuginato su queste undici tracce: “abbiamo riso, pianto, ci siamo sciolti e riuniti, abbiamo letto libri, ascoltato musica, scritto canzoni, cestinato canzoni, siamo andati al pub, a Wembley, siamo diventati un po’ matti, quindi ci siamo dati uno schiaffo, soppesato ogni singola decisione, lavorato duro e alla fine abbiamo fatto un disco di cui siamo molto orgogliosi”. Che sia retorica da orgoglio della provincia UK o la realtà probabilmente non lo sapremo mai fino in fondo. Quello che resta è un disco che ritorna sul luogo del delitto di due anni fa, spostando di poco o niente la barra.
Non che si tratti di un lato B di Hunger o, comunque, di una fotocopia di quel disco. In questo anno vissuto intensamente, i cinque membri del gruppo sono diventati una band più coesa e musicisti più sciolti. Merito forse di Bernard Butler (“talvolta il sesto membro della band”) e della voglia di crescere. Comunque ora Frankie Francis canta con più sicurezza e in alcuni momenti ricorda il compagno di merende di Butler, ovvero Brett Anderson. Una sicurezza in più si può ravvisare nella chitarra di Michael McKnight, che assieme a Frankie sono la spina dorsale del sound, un po’ come lo sono stati i loro miti Morissey e Johnny Marr negli Smiths o gli stessi Anderson e Butler negli Suede.
Il risultato però è ancora una volta un disco che promette, ma chissà se il futuro manterrà. Nessuna della canzoni è brutta e tutta l’operazione è messa a fuoco con maestria nel filone del suono scozzese e del successivo britpop. Manca però il guizzo, quell’elemento che faccia andare oltre l’agrodolce nostalgia post adolescenziale e ci inviti a riascoltare di nuovo. Tutto bellino, ma temiamo non reggerà nemmeno a qualche mese di ascolti.
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