Recensioni

Frank Marshall è produttore e regista hollywoodiano (ha diretto tra gli altri il celebre horror Aracnofobia e il fortunato Alive – Sopravvissuti) nonché co-fondatore assieme a Spielberg della Amblin Entertainment. Ma da ragazzino voleva essere altro. Provò infatti a mettere in piedi un gruppo surf, progetto che però è naufragato quando i Beach Boys apparvero sulla scena. A quel punto, parole sue, “non c’è stata storia per nessuno”. Fine del sogno musicale, quindi. Ma oggi, sessant’anni più tardi, è arrivato il momento di fare i conti con quel mistero formidabile. Marshall ha stretto alleanza col più giovane Thom Zimny (noto per la direzione di video e documentari musicali, in particolare per il Boss, vedi Springsteen on Broadway e Letter To You), assieme al quale ha raccolto materiale d’archivio e intervistato per l’occasione Brian Wilson, Mike Love, Al Jardine, David Marks e Bruce Johnston, nonché altri musicisti – tutti ovviamente devoti – come Janelle Monáe, Don Was e Lindsey Buckingham.
L’obiettivo, chiaro come il sole californiano, era realizzare un documentario celebrativo di una delle band che più hanno plasmato l’immaginario sonoro statunitense (e oltre) nel bel mezzo dei Sixties (e oltre). Tuttavia, inevitabilmente, affrontare il tema Beach Boys significa imbattersi nell’enigma Brian Wilson, nella sua genialità inesplicabile, riluttante, enigmatica. Se gli eroi della storia sono guccinianamente tutti giovani e belli (se non fuori, almeno dentro), quale vero e proprio villain della vicenda emerge Murry, padre dei tre fratelli Wilson e cantautore a sua volta (dal successo solo discreto), a cui si deve l’indubbio merito di avere mollato tutto per sostenere la band e divenire loro manager, ma presto rivelatosi figura dispotica, un padre-padrone autoritario e capriccioso, intenzionato a interferire con le scelte musicali dei ragazzi che non mancava di criticare fino al dileggio. Tutto ciò – come sostenuto dalla moglie Audree – a causa di una perniciosa invidia nei confronti del talento dei figli, di Brian soprattutto (per inciso, Murry e Audree si separarono nel 1964).
In parallelo a questo cupo filone narrativo si sviluppa quello ben più luminoso della band, appunto, di cui seguiamo il formarsi fin dai primi vagiti assai dilettanteschi, ed è la parte più toccante, benedetta da una messe di immagini che mostrano i tre giovani fratelli Wilson (Dennis era appena diciassettenne), il cugino Mike Love, l’amico Al Jardine e altri che entrarono e uscirono dalla band in quei primissimi anni Sessanta, immersi nel cocktail tra entusiasmo e goffaggine tipiche della post-adolescenza. Non emerge nulla che non sapessimo già, ma ciò che si vede è messo in scena con una fragranza che rinnova il brivido di fronte al prodigio, alla sua strana, contraddittoria costituzione: con la cultura surf i Beach Boys avevano poco o nulla a che fare, ad eccezione di Dennis non erano amanti della tavola né portatori del virus ribelle di quel movimento californiano che amava dissipare il tempo tagliando a fette le onde di Venice e Redondo Beach, diluendo il codice perbenista della affluent society in un cocktail di naturalismo, spiritualismo e anarchia.
I riferimenti musicali di quella “scena” rispondevano al nome di Dick Dale, Duane Eddy e The Revels tra gli altri, nelle cui canzoni – perlopiù strumentali – la chitarra inzuppata di riverbero delineava geografie emotive selvatiche e vertiginose. Ebbene, Brian Wilson ebbe l’intuizione – o forse l’istinto – di far incontrare quell’elettricità tumultuosa con l’attitudine per il doo-wop e le composizioni al confine tra popular e colta (tipo il Gershwin di Rapsody In Blue, che da ragazzino ebbe il potere di fulminarlo). Ne sortì, come sappiamo, qualcosa di magico. Di esotico e al tempo stesso potentemente familiare. Grazie alla scrittura, certo, ma anche alla pura, prodigiosa alchimia delle voci, capaci di armonizzazioni che da allora costituiscono una vera e propria pietra di paragone. Fu come portare allo scoperto una dimensione inedita, pescandola nell’intercapedine tra gioventù e sogno, dove l’aderenza alle regole diventa guizzo adrenalinico e trascendenza sentimentale.
Se pezzi come Fun, Fun, Fun o Surfin’ U.S.A. sono pura effervescenza di adrenalina in una glassa onirica in cui sembrano sublimare i concetti stessi di estate e gioventù, a lasciare senza fiato è l’aumento esponenziale della padronanza di Brian – di fatto un autodidatta – in termini di composizione e arrangiamento. In particolare quando, preso atto del lavoro di Phil Spector (il celeberrimo “wall of sound”) su Be My Baby delle Ronettes, risponde pochi mesi più tardi con quella meraviglia di Don’t Worry Baby, offerta inizialmente alle stesse Ronettes ma rifiutata da Spector, e quindi – pazienza – pubblicata come singolo dai Beach Boys nel 1964 (il lato B era I Get Around, che vedeva tra i musicisti proprio quei Wrecking Crew che avevano contribuito alla magia di Be My Baby).
Funziona bene il documentario anche per come sottolinea la scissione della band in due entità, da un lato il Brian che, insofferente alla vita in tour e in generale a esporsi sotto i riflettori dei media, si rifugia nello studio ad escogitare le sue visioni sempre più sorprendenti e strutturate (spalleggiato dagli ormai sodali Wrecking Crew), mentre dall’altro Carl, Dennis, Love e Jardine assieme a Glen Campbell prima e a Bruce Johnston poi continuavano a portare quelle meraviglie in giro per il mondo. E poi, certo, c’è la competizione a distanza coi Beatles, l’incontro con Van Dyke Parks, il miracolo (che altro termine usare?) di Pet Sounds, l’avvitarsi di Brian nella spirale degli acidi, l’incontro di Dennis con Charles Manson, il miracolo (di nuovo) di Good Vibrations, quindi il naufragio di Smile, il crollo nervoso e la progressiva implosione di Brian mentre la band vedeva smorzarsi progressivamente la popolarità e persino il suo senso sulla scena musicale. Intanto si schiudevano scenari psichedelici e progressivi, commistioni tra hard e black, si entrava insomma nei Settanta che, per farla breve, sembravano non avere affatto bisogno dei Beach Boys, salvo poi riscoprirli nel 1974 con il grande successo della raccolta Endless Summer.
A questo punto il racconto si interrompe, la ricostruzione si fa abbastanza frettolosa riferendo dei noti screzi e dissapori (dovuti anche alla sciagurata decisione di Murry di vendere la società di pubblicazioni musicali della band alla Universal), rotolando insomma più per elusioni che altro fino a oggi, in un presente che – salutati prematuramente i fratelli minori Carl e Dennis (di quest’ultimo si accenna lo sbocciare come compositore ma si omette di citare almeno l’ottimo Pacific Ocean Blue del 1977) – li ha accolti in un pantheon di mitologie e assoluti, quasi strappandoli alla loro esistenza concreta, tanto che è straniante assistere all’incontro tra i superstiti (Brian, Mike, Al, Bruce e David Marks) al Paradise Cove di Malibu, la stessa spiaggia dove fu scattata la foto in copertina di Surfin’ Safari.
Coi titoli di coda già ti ritrovi a fronteggiare quel senso di disconnessione ben noto, che le due ore scarse del documentario hanno in qualche modo pasturato: i Beach Boys hanno rappresentato la propaggine ultima della purezza dell’american dream e al tempo stesso la sua intima e oscura contraddizione, come fossero un disco con sul lato A la tersa effervescenza del successo e sul lato B la sua tossicità, costituendosi quindi come una membrana porosa tra visione e celebrazione, tra incanto e delirio. Perciò non è facile pensarli, tanto meno raccontarli. A partire dal loro “movente immobile”, quel Brian Wilson che ha reso il pop una questione, più o meno, metafisica.
Amazon
