Recensioni

Ci sono vite che sembrano quelle delle cavie da laboratorio, determinate da un percorso più o meno obbligatorio e disseminato di ostacoli. Una volta lo scienziato, osservatore, chiamatelo come volete, butta un pezzetto di formaggio. La volta dopo manda una scossa elettrica, o apre un tunnel che potrebbe portare alla via di fuga, invece di nascondere una insidia pericolosa. Quella di Dennis Wilson sembra una di queste.
L’inizio è favorevole come pochi. È il fratello mediano di Brian e Carl coi quali, insieme al cugino Mike Love e Al Jardine compagno di college di Brian, dà vita ai Beach Boys, una delle più durature, probabilmente eterna, leggende della musica americana senza distinzioni di genere. Dennis è il batterista che inizialmente fatica – si diceva che in sala di registrazione fosse spesso sostituito da turnisti, sebbene le ultime tesi affermino il contrario –, poi col passare del tempo le sue doti sbocciano e si fa strada sia come vocalist che compositore. Soprattutto nella seconda fase della vita della band, da quando Brian, l’indiscusso faro dei Boys, cade preda di stress, turbe, dipendenze, che lo allontanano definitivamente dal palco e ne appannano l’estro.
Dennis era l’unico Beach Boys che incarnava in pieno la filosofia sonora e testuale della band. Surfista mentre gli altri si sarebbero allontanati dalla riva solo col salvagente, amante smodato della bella vita, cultore di belle macchine e conturbanti donne, ben disposto a bruciare a doppia intensità a scapito della durata della fiammata. A tal proposito, nel 1977, in un eccesso di gelosia per la terza moglie, e molto probabilmente alterato, dà alle fiamme la sua Ferrari. Dennis è stato anche il primo a incidere un album solista. Che sembra cosa strana ma così non è: ci vuole coraggio ad allontanarsi in una scialuppa scrostata in oceano aperto, quello del profondo “blue”, quando hai viaggiato per anni in nave da crociera di lusso. Un’audacia che fratelli e sodali nel 1976 non hanno ancora trovato. Da batterista a musicista e compositore a tutto tondo, Dennis ci si mette di buzzo buono dall’autunno del 1976 per continuare la primavera seguente, nonostante abbia gettato i semi da almeno tre/quattro anni.
Il 1976 sembra distante anni luce da quando i Beach Boys spopolavano, eppure continuano con la stessa solfa, imbolsiti quanto il loro pubblico. Tenuto ai margini dalla band, e con la sua integrità psicofisica in bilico, Dennis ha capito che la musica è cambiata insieme al mondo. Molto tempo prima chi lo osserva da un punto di vista a lui invisibile ha messo sulla sua strada l’ennesima prova da superare sotto forma di due affascinanti ragazze: non sono Charlie’s Angels ma emissari di Charlie Manson, il diavolo fatto persona. Sono membri della “famiglia” del sanguinario guru responsabile del massacro di Bel Air tra le cui vittime c’è Sharon Tate, la bellissima moglie del regista Roman Polanski. Dennis dà loro un passaggio senza immaginare quale incubo spalancherà l’atto di cortesia. Nel giro di poco si trova a casa Manson e con l’intero seguito. Inizialmente Dennis ne rimane affascinato fino a portare il futuro ergastolano in studio di registrazione. Poi, rotto l’incantesimo, Wilson non saprà fare altro che lasciare la casa, per quasi tutto il 1968, nelle mani degli occupanti senza fare denuncia, fiaccato dalla paura di ritorsioni e da rimorsi che lo accompagneranno per sempre.
Dennis fa ancora parte dei Beach Boys ma è una specie di USPO, Unidendified Singing & Playing Object, oggetto cantante & suonante non identificato, ma soprattutto mal sopportato. Si dice a causa della sua passione per l’alcool e le droghe. Si dice a causa delle dipendenze, della voce roca, bruciata, flebile e angosciata, che mette paradossalmente in bella mostra, senza filtri, su Pacific Ocean Blue. Troppo, si dice. A forza di urlare “al lupo al lupo” prima o poi ci si prende: è vero che a causa di una relazione problematica con Christine McVie, Dennis si fece risucchiare dal vortice di cocaina che accompagnò la realizzazione di Tusk dei Fleetwood Mac (1979) e dal quale non si riprese più; ma concediamo una chance al fatto che la sua voce sia semplicemente maturata o naturalmente arrochita, almeno in parte. Lo stesso vale per l’immagine che Dennis mette in mostra sulla copertina. Adulta. Pensierosa. Quella di un beach boy dallo zaino appesantito da esperienze dolorose e (tras)formative, quasi nascosto dietro barba e capelli foltissimi; il negativo della foto di gruppo che offrono i restanti Beach Boys del periodo, tragicomici cartonati di sé stessi. L’ombra di un ragazzo che il padre padrone ha fatto oggetto di violenze fisiche per lungo tempo.
Tutto ciò che ha accumulato in quello zaino, Dennis lo riversa nel vinile. Gioie: alcuni momenti, come gli ultimi raggi di sole del tramonto californiano. E amarezze. Filtrate attraverso quel senso di pacatezza che illumina chi non sente il bisogno di opporsi al fato perché ha capito che non c’è sforzo che cambi il passato. Proprio per questo Pacific Ocean Blue non ha intento bellicoso né di rivalsa, verso qualcuno o contro la vita intera. Sull’amarezza per le cose che sono finite male, come la storia importantissima con la moglie Karen, il suo più grande amore che celebra in molte canzoni, prevale un senso generale di gratitudine per averle vissute, quelle esperienze, benché causa di dolore ma anche di inarrivabili picchi – ora – di estasi. La reazione di un uomo preda di fantasmi, dipendenze, irrequietezza irrisolta, ma ciononostante ancora innamorato della vita. «Thank you very much / For everything you’ve ever wanted / … / Thank you very much / For everything you’ve ever needed / … / Thank you very much / For everything you’ve ever dreamed of», canta nel brano che chiude l’album con un titolo significativo che di più non si può, End Of The Show. Ringraziamenti indirizzati a una ricca esistenza in generale, ma soprattutto a Karen Lamm (ex-moglie di Robert Lamm, tastierista dei Chicago), che sposò nel 1976 rinnovando la promessa nel 1978; la sua storia d’amore più importante di quattro donne portate all’altare.
Moonshine, insolitamente dettata dalle tastiere come un brano degli inglesi Procol Harum, è una sua celebrazione; così come la commovente – modernissima: potrebbe essere stata registrata ieri – Thoughts Of You, oppure Time, divisa in due parti complementari come il giorno e la notte, la prima delicata e toccante, la seconda accecante («È sul tornare a casa dopo un tour, in volo su un 747 sopra L.A., ho sentito la musica venire a galla pensando a lei»). O ancora You And I, tipicamente west-coast, dettata da armonie vocali degne dei migliori Beach Boys e scritta insieme a Karen (come Time), e Rainbows, che per merito di un imprevedibile mandolino sterza improvvisamente verso un break dal genuino feeling folk-rock. Non è meno intensa e sentimentale Farewell My Friend, dove non c’entrano le donne ma scritta in ricordo del suocero del fratello Carl, del quale Dennis ha detto in una intervista in occasione del lancio promozionale di Pacific Ocean Blue: «Il mio migliore amico è morto tra le mie braccia, dopodiché andai allo studio di registrazione. Sapevo che amava le isole hawaiane, la canzone è venuta di getto, una specie di addio felice. È per Otto Hinsche, suocero di Carl. Porto sempre con me la sua foto. Quando mio padre morì, Pops (Hinsche) in un certo senso mi ha salvato la vita».
Le restanti canzoni rispecchiano l’animo da spiaggia di Wilson. L’introduttiva River Song, dai risvolti che richiamano l’Elton John di Burning Down The Mission, solo imbevuta di gospel e graffiata dalla voce di Dennis; il rock’n’roll di What’s Wrong sospinto da un piano martellante; Friday Night, un bozzetto che poteva trovare posto su Born To Run di Springsteen (e Wilson spiega come «un ricordo di quando ero giovane e arrivava il venerdì sera: il momento di divertirsi dei punk bianchi, e io sono un punk bianco!»); lo strascicato rhythm & blues di Dreamer che scommette, e vince, su un improbabile intreccio tra fiati, piano elettrico e una grufolante armonica alla ricerca delle note più basse (Dennis: «ho suonato praticamente tutto io»). E poi c’è il funky/blues sincopato di Pacific Ocean Blues, le cui parole sono state aggiunte dal cugino Mike Love. Che nel 1980 descrisse Dennis come un «parassita drogato e senza talento». Non ricordava più, o non importava più, a Love, che era stato proprio quel “parassita drogato” a far incamminare la band sul viale del trionfo, quando a 16 anni si era impuntato perché Brian scrivesse canzoni sulla moda che aveva che travolto la California, insistenza dalle quale nacque Surfin, lo starter di una serie di singoli che fece tutti loro ricchi e famosi.
Se Pacific Ocean Blue è venuto alla luce è anche merito di William Guercio, produttore dei Chicago e proprietario di Caribou Records, che seppe come incanalare in maniera proficua l’energia autodistruttiva di Dennis, anticipandogli inoltre 100.000 dollari per un contratto di due dischi. «Puoi dire a Gregg (Greg Jakobson, il produttore artistico) ciò di cui hai bisogno: hai lo studio e il tuo compito è portare a termine il sogno. Portare a termine la visione. (…) È il tuo progetto. Devi fare quello che faceva Brian. Usa chi vuoi, è una tua decisione e ne sei responsabile». Questo ciò che disse Guercio a Dennis Wilson per ricordagli il talento latente.
Pacific Ocean Blue è rimasto fuori catalogo per lungo tempo. Si dice, qualcuno lo fa sempre, per effetto dell’ostracismo dei Beach Boys. Nonostante abbia venduto più di tutti i dischi in seguito pubblicati dai Beach Boys. Trecentomila copie in vinile. Una prima ristampa è comparsa solo nel 1984, poche copie, poi nel 1991 è arrivata l’edizione in CD. Dopo altri lunghi 17 anni, quella in doppio CD del 2008, comprendente quattro inediti di notevole valore, soprattutto gli ultimi due strumentali, che offrono l’idea di un ulteriore salto compositivo in avanti di Wilson: Tug Of Love, Only With You, Holy Man, Mexico. Il secondo CD raccoglie le session mai completate di Bambu, quello che avrebbe dovuto essere il seguito di Pacific Ocean Blue.
Dennis Wilson è annegato nelle acque di Marina Del Rey il 28 dicembre 1983, quando aveva da poco compiuto 39 anni. Si era tuffato dalla barca di un amico, imbottito di alcool, per recuperare degli oggetti appartenenti a Karen Lamm che aveva gettato in mare dal suo yacht in un eccesso di rabbia anni prima, ai tempi del divorzio da lei. Per intercessione personale dell’allora presidente Ronald Reagan (la pratica è vietata i civili), il 4 gennaio 1984 Dennis Wilson è ritornato a quelle acque: ha voluto così la sua ultima moglie interpretandone il desiderio verosimile ma forse mai esplicitato. Sul Point Judith, oltre all’equipaggio composto da 17 persone, avevano preso posto tre dei figli, l’allora consorte Shawn Love e il fratello Carl. La nave ha solcato le onde fino a raggiungere le acque internazionali dai 600 piedi di profondità, quanto richiesto dalla legge federale statunitense per la sepoltura in mare.
Le ultime parole che canta Dennis Wilson e chiudono Pacific Ocean Blue sono «It’s over / Thank you». È finita, grazie. Dennis aveva capito in anticipo in che modo sarebbe uscito dal suo labirinto disseminato di prove difficili da superare, e ha voluto scrivere l’epilogo della sua vicenda di proprio pugno. Senza astio verso chicchessia. Anzi ringraziando per quanto di buono gli era stato destinato.
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