Recensioni

Che Francesco Giampaoli avesse un’indole curiosa, lo avevamo capito. Basti pensare alle avventure musicali in cui è coinvolto direttamente, sopra a tutto la Classica Orchestra Afrobeat e i Sacri Cuori, ma anche alle numerose produzioni sponsorizzate dalla sua etichetta Brutture Moderne. Per non parlare delle collaborazioni collezionate in una vita e del lavoro di produttore musicale dispensato ad ogni latitudine.
In Danza del ventre, terzo disco pubblicato a suo nome dopo i precedenti A Caso (2010) e Mi Sposto (2011), Giampaoli costruisce un piccolo abbecedario della sua arte, riassumendo in quasi cinquanta minuti di musica strumentale un po’ tutti gli interessi che lo caratterizzano. Se in Fra poco i saluti sembra di ascoltare una versione tascabile dei già citati Sacri Cuori, con la title track ci si imbatte in un jazz minimale e rarefatto, Mischio inciampa in un blues acustico e defilato, in Al sole spunta fuori qualche aroma afro-caraibico; c’è poi l’ironia cinematografica dell’Italia di cinquanta anni fa mimata da una Rosa in condivisione con Antonio Gramentieri e soci, l’amore per certi valzer tra frontiera e Nino Rota (Firma) e persino una Sotto che assomiglia a un funk tex mex da zona giorno.
Attitudine minimale, suoni pressoché acustici, campionario percussivo educato ma frizzante e una certa rilassatezza nei toni generali chiudono il cerchio, firmando un disco gradevole che si rivela una buona personalizzazione di un immaginario noto, ma non per questo banale.
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