Recensioni

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Francesco Bearzatti continua la sua opera di contaminazione tra jazz e biografie (dopo X del 2010 e Tina Modotti del 2008) con This Machine Kills Fascists, disco dedicato a Woody Guthrie. Confermata la squadra del precedente Monk’n’roll, ovvero due terzi dei Guano Padano, con Danilo Gallo al basso e Zeno De Rossi alla batteria, e la tromba di Giovanni Falzone, il sassofonista veneto imbastisce con i sodali undici brani che circoscrivono musicalmente la vita di Guthrie. O per meglio dire il mood che ne ha contraddistinto le vicende, recuperando intuizioni sonore “contestualizzabili” nell’immaginario del personaggio e mescolandole alle proprie.

Anche se in realtà sarebbe più corretto dire che Bearzatti compie una vera e propria opera di invenzione, talvolta senza rete di sicurezza e lontana dagli immaginari jazz più canonici. I titoli dei brani offrono una chiave di lettura del contenuto musicale che veicolano – una musica che si fa descrizione di luoghi, momenti, eventi – concedendo a Bearzatti e soci un binario lungo cui muoversi, ad esempio in una N.Y. o in una Witch Hunt che poco hanno a che vedere con gli hobo e molto con un tessuto urbano (e umano) frenetico, in bilico tra attitudine free e be-bop. In altri frangenti ci si avvicina di più a Guthrie, tra paesaggi polverosi arpeggiati e in controluce (il dittico Okemah (intro)/Dust Bowl), folk-country mascherato da jazz (Okemah), treni che attraversano l’America su batterie spazzolate e trombe tex-mex (Long Train Running) e lentezze malinconiche costruite sugli incroci tra gli ottoni (When You Left).

Si chiude con una This Land Is Your Land che riprende il celeberrimo brano di Guthrie facendolo svolazzare tra solitudini al clarinetto (sempre di Bearzatti) e ragtime “sordinato” in odore di New Orleans. Degna conclusione di un disco che dimostra un forte carattere senza scadere mai nel retorico.

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