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Come quella piuma che vola nello spazio di visione, così il nostro sguardo non smette di lasciarsi ammaliare, perdendosi in un sogno in formato cinematografico. Sono passati trent’anni, ma ancora lasciamo vagare libera quella piuma, mentre ci perdiamo nel mare di racconto umano che è Forrest Gump. Nello spazio di quella narrazione abbigliata di fiaba, c’è un qualcosa di prezioso che la rende ancora fresca, immune allo scorrere del tempo e alle generazioni che cambiano.

Dopo trent’anni Forrest Gump funziona ancora perché capace di prendere per mano lo spettatore e farlo danzare in una bolla isolante, soffiata da aliti di speranza, e fatta volare da sprazzi di dolore. Vive di massime divenute citazioni impresse nel linguaggio quotidiano («stupido è chi lo stupido fa»; «mamma diceva sempre la vita è come una scatola di cioccolatini: non sai mai quello che ti capita»; «sono un po’ stanchino») il film di Robert Zemeckis; uno scivolo ad acqua che ci trascina velocemente in una piscina nostalgica, riportandoci indietro ad attimi di infanzia, o semplice innocenza. Certo, rivisto con occhi più maturi, il costrutto a tratti edulcorato, e caricato nella sua potenza iperbolicamente ottimistica, si coglie in tutta la sua fantomatica essenza; eppure, è proprio per quel carattere così umano e dolce, che nulla riesce a intaccare e depotenziare la bellezza di un film immortale.

Corre Forrest; lo fa da decenni; anche se un po’ stanchino, riprende la sua corsa accompagnando lo spettatore lungo pagine di un’America ritratta in tutte le sue sfaccettature. E forse risiede proprio qui uno dei grandi punti di forza del film di Zemeckis; i grandi trionfi ottenuti involontariamente dal protagonista sono sì un pretesto per raccontare miti, ideali, ed eventi caratterizzanti la società a stelle e strisce; ma sono i caratteri e le personalità che abitano tali momenti a farsi proiezione umana dell’americano medio.

Forrest, con quel suo piglio ingenuo, infantile, determinato e generoso, è il lato buono dell’America; in lui scorre quella fucina di speranze e desideri che forgia e alimenta la chimera del sogno americano. Ribelle, anarchica, trasgressiva a tratti egoista, segnata da violenza e abusi, Jenny (Robin Wright) è l’America che vive di facciata, non perché vuole piacere agli altri, ma perché tenta di piacere e accettare se stessa, credendosi unica, fuori dagli schemi, nutrendosi di dolore e insicurezze pur di non ammettere di essere sola. E poi ci sono il tenente Dan (Gary Sinise) e Bubba (Mykelti Williamson): il primo è lo spettro del cittadino disilluso, tradito da quel sentimento patriottico che scorreva in lui, mentre il secondo è la voglia di riscatto personale da raggiungere attraverso la forza della speranza e dell’innocenza nelle forme di una barca di gamberi.

Tom Hanks in Forrest Gump

E proprio per rendere credibile i passaggi da compiere, le storie da raccontare, gli incontri da fare, Forrest Gump non può limitarsi agli strumenti canonici del mestiere. Ha bisogno di quel quid in più, quell’elemento perfettamente adattabile non solo alla natura di un racconto di vita così fuori dal comune, ma anche all’essenza stessa del suo protagonista, con la mente a metà tra nuvole e terra, tra realtà e fantasia, innocenza e cruda quotidianità. Per rendere vera, reale, la parabola della sua esistenza, bisogna sfruttare quell’impianto tecnologico e quella CGI che nel 1994 era ancora agli albori, ma di cui Zemeckis imparò ben presto a farsi promotore. Ancora una volta, il regista sfrutta i progressi della tecnologia come strumento sia di conservazione che di riuso della memoria, per mettere in dialogo situazioni temporali diverse e distanti tra loro (vedi le interviste ai presidenti unite alle riprese sul set) mescolando epoche, rendendo tutto possibile.

Ripescando la magia compiuta con Chi ha incastrato Roger Rabbit, il regista, coadiuvato dal team degli effetti visivi, fa stringere la mano del suo protagonista a tre presidenti degli Stati Uniti (Kennedy, Johnson e Nixon); lo fa sedere a fianco di John Lennon e gli fa suggerire a Elvis Presley la sua celebre mossa dei fianchi. Il grande racconto popolare, così semplice da raccontare, nasconde così dietro la sua patina di ironia, e apparente superficialità, una complessità di realizzazione tecnica che lo hanno reso un film anticipatore sui tempi, e per questo ancora attuale, fresco, classico.

Forrest Gump corre, gioca a ping-pong, piange, combatte in guerra, racconta la propria storia, sempre al confine tra mondo reale e immaginato, vita privata e storia collettiva. Quello di Zemeckis, è un ibrido, un vortice di doppia e opposta natura, che dinnanzi alla cinepresa del regista si mescola, si unisce in un’unica essenza, una pozione magica che i suoi interpreti ingurgitano per restituire personaggi che travalicano lo spazio-tempo per addentrare nell’ambito del mito. Non a caso Tom Hanks poté stringere tra le mani il suo secondo premio Oscar, proprio grazie alla perfetta restituzione di quell’indole innocente e naïf, tipica di Forrest, a sua volta già sottolineata in precedenza dagli abiti che lo vestono. Accesi e colorati, sono simboli di quel carattere ottimista, puro, perennemente incapace di vedere il male (e quindi il buio) negli altri; oppure sono camicie con trame a quadri pronte a farsi simbolo di una mente pre-impostata, quadrata, tenace, precisa, incapace di cogliere doppi sensi, cattiverie e sarcasmo.

Tom Hanks corre in Forrest Gump

Un costrutto visivo compatto e solido; una fotografia accesa, proiezione cromatica dell’anima ottimista del proprio protagonista; una regia di “umana fattura”, perché capace di dosare i campi di ripresa in base agli umori collettivi da cogliere, o le tempeste emotive pronte a colpire il cuore dei propri personaggi; un montaggio disteso, lineare, che si pone al ritmo della storia da narrare, come un brano da eseguire seguendo il ritmo di un metronomo in azione; una colonna sonora composta da canzoni celebri (e per questo ancor più capaci di coinvolgere emotivamente il proprio pubblico) e da brani originali divenuti classici come quelli di Alan Silvestri; e poi quel comparto attoriale abile nel rendere veri, reali, tridimensionali, uomini e donne prima rinchiusi tra paragrafi di inchiostro nell’omonimo romanzo di Winston Groom. Sono tanti e diversi i motivi per cui Forrest Gump continua a farci stringere il cuore e far bene all’anima, senza sbavature, ma con qualche sviolinatura.

Ma il tempo scorre, molte cose sono cambiate. E se alcuni elementi ancora permangono nella loro trangugiante bellezza, altri stridono nell’anacronismo e nell’effettato sentimentalismo. Forrest Gump non nasconde la propria portata emotiva, a tratti un po’ retorica. La esplicita, la spiattella in faccia allo spettatore, come un ulteriore capitolo nella vita del protagonista. C’è tanta emozione, così tanta che rischia di strabordare; eppure, è lo sguardo del pubblico a riprenderla e reinserirla entro i giusti ranghi, forte di quel sentimento malinconico e di vicinanza affettiva verso quel freak umano, quell’uomo deriso, incompreso, che ha saputo rialzarsi sempre, e imparare a correre, per vivere di successi inattesi, inaspettati e spesso neanche veramente compresi. Dopotutto, il suo stesso autore vive di quell’essenza fiabesca, di quel fanciullo pascoliano che si nasconde in ognuno di noi.

È una mente che edulcora, quella di Zemeckis, che lima il dolore, attraverso la potenza dei propri strumenti cinematografici, come dimostra l’impiego della CGI che trasforma in Benvenuti a Marwen i propri protagonisti in bambole, proprio come il suo protagonista (Steve Carell) trasforma il dolore per un passato dimenticato, lo spettro dell’omofobia e il disturbo da PTSD in una fuga fantastica dalla realtà. I suoi sono continui esperimenti che nascono anche dalla fucina di Forrest Gump. E noi, come spettatori, continuiamo ad ascoltare questo personaggio seduto sulla panchina, a seguirlo nel corso di flashback di un’esistenza segnata anche da televisori sempre accessi, dentro i quali Forrest si fa ulteriormente protagonista e allo stesso tempo divo. Il personaggio si eleva così a eroe e narratore, protagonista e autore della propria vita, in un continuo gioco meta-cinematografico dove tutto è vero – perché visibile – e tutto è falso, perché rimaneggiato, modificato dalla potenza dell’immaginazione.

A volte spegnere una candelina in più fa male; ne risente il fisico, e ne risente la mente. Eppure, Forrest Gump pare non aver subito i segni del tempo. Continua a farsi portavoce di un modo di essere che, inesorabilmente, finisce per combaciare con quello di un’intera generazione come quella dei Millennials, che corre, con il peso delle illusioni sulle spalle e davanti a sé schiaffi emotivi, perdite, dolori che colpiscono, ma da cui si deve imparare a rialzarsi, proprio come Forrest davanti alle tombe della mamma, di Bubba e di Jenny.

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