Recensioni

Dalla fondazione dei Föllakzoid, il cui ultimo album I risale al 2019, per rotte psych-kraut in fusioni acide da trance, alla transizione in Domingæ e al primo lavoro come solista con Æ. Tutto qui parla di rinascita in altre forme, di creazione e bio-genesi in quello che è un continuum senza principio né fine, come se l’Æva che apre la scaletta si imbattesse nel suo personale Paradiso in un uroboro anziché in un semplice serpente tentatore. In un loop di alti e bassi, ascese e cadute, laddove la carne diventa digitale e viceversa. Æ ha accompagnato anche gli spostamenti geografici della sua autrice di origini cilene, dal Giappone, luogo di innesco nel corso di una residenza artistica, a Città del Messico, rifugio durante la pandemia. Proprio Æva, in un disturbante crepitio dark ambient di eco esoteriche, e la più incalzante Dæmon, con bpm da club, sono state inizialmente accompagnate da un cortometraggio diretto da Caco Marshall & Dominga Huidobro, il primo di un complementare, meraviglioso trittico in divenire.
La sperimentazione in atto nelle cinque tracce in scaletta è volta al «processo di disimparare e disinstallare software creativi precedentemente stabiliti» per raggiungere una sorta di dissociazione, dissoluzione, depurazione. Che è come a dire liberarsi da ogni nozione preconcetta per essere veramente se stessi e arrivare al nocciolo della propria musica, ridotto a pochi termini ma tutto fuorché statico. Un processo, insomma, in sottrazione, tendente al minimalismo e a quella ossessiva circolarità già portata avanti con la propria band, in maniera particolarmente affascinante con III del 2015.
Tra ritorno neo-pagano alle radici e sogni cibernetici, tra la Madre Terra e il cosmo là fuori da esplorare, nel nome di una forte spiritualità, Domingæ dà vita a un’esperienza-disco che fa sgorgare vita dalla cupezza, da un qualche buco nero che è la fonte medesima della sua ispirazione, messa al servizio di un concetto, quasi la sonorizzazione dell’idea sfaccettata di passaggio. In Archaeans ci guida con la sua elettronica profonda e cupa, traghettatore verso altre dimensioni, assolutamente spaventose e assolutamente calamitanti, e in Ænnihilator ci soffia in faccia l’ansia di un’(ex) umanità che respira e/o si affanna.
Nella conclusiva e molto più estesa Asǽse si arriva a una sintesi degli elementi in atto. «La nozione di individui come parte di un universo che è singolare e separato dal tutto è obsoleta, così come la materia solida e così via. Siamo decostruiti e dissolti in multividuali, parti e interi dei multiversi che si manifestano come realtà». E ancora: questa è «Musica che ti ascolta» perché «tu sei la musica che restituisce i battiti implacabili dei nostri avatar biotecnologici in decomposizione». Æ è un organismo attivo, è mistero che si trasforma in mezz’ora di angoscia o terapia per il suo interlocutore, è quasi un’installazione eterna – Æternity è la chiave suggerita dal titolo – se considerata assieme alla sua controparte visiva. È una ricerca sonora e filosofica che si fa disco-eXistenZ. Anzi, TransCendenZ.
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