Recensioni

6.6

Il concept apocalittico, le architetture ambiziose, le chitarre granulose, solide, delle due parti di Everything Not Saved Will Be Lost si rivelarono profetiche. La pandemia ha tirato il freno a mano a un tour che voleva autenticare il titolo dei Foals come una fra le più grandi live band in circolazione. Come se non bastasse, il tastierista Edwin Congreave, lasciando la band per seguire i suoi studi, ha creato un vuoto difficile da riempire. Ma Yannis Philippakis, Jimmy Smith e Jack Bevan, piuttosto che piangere sul latte versato, si sono rimboccati le maniche e hanno dato nuovo smalto a un sound che era arrivato a un crocevia importante. Lungi dall’essere i nuovi Kid A e Amnesiac, i due episodi di Everything Not Saved Will Be Lost avevano mostrato l’anima ambiziosa della band, attraverso uno studio attento di synth analogici, chitarre granitiche, cori evocativi e, soprattutto, una narrazione drammatica, fra interiorità, filosofia e sguardo attento sul presente. Risultato raggiunto.

Life is Yours semplifica le cose. Le porta indietro o, semplicemente in un universo parallelo. Le chitarre crude diventano synth scintillanti. Le articolate dinamiche ritmiche si trasformano in un elettroencefalogramma piatto. Il math-rock è ora funky. L’alt-pop è dance. La capacità dei Foals di creare tensione e contenerla fino a quando non implode in un getto di energia galvanizzante è l’essenza stessa di questo disco euforico, estivo. Sostanzialmente tinteggiato di puro escapismo. Della varietà di generi presentati nel catalogo artistico dei Foals si è scelto quello più spensierato. Si è puntato tutto su fisicità, ballabilità, energia e divertimento. Nulla di sorprendente, dal momento che il funky elettrizzante di My Number, l’indie rock angoscioso di Spanish Sahara ed episodi più ruvidi come Black Bull o Inhaler, avevano già mostrato che ai Foals di certo non mancava la varietà. Il settimo album è decisamente il più pop della band, tutto ritornelli orecchiabili, groove agitati e beat tropicali.

Life is Yours è essenzialmente un unico brano suddiviso in 11 momenti. Il sound è monotono, ripetitivo, quasi ossessivo. Al punto che si fa fatica a distinguere le varie tracce. Eppure è del tutto accattivante. Il groove del singolo Wake Me Up è contagioso. Disco funk di fattura raffinata, con Philippakis (ora anche bassista) che passa da sinuose linee di basso a coretti anthemici in stile Django Django o !!!. Quando non è esagitato, il disco è nostalgico. 2 am richiama il dream pop dei Metronomy, 2001 ci fa rimbalzare fra il dance funky di Chic e la sua deviazione elettronica di Random Access Memories, mentre Flutter ci ricorda il valore del cortocircuito world music-elettronica, con buona pace di Talking Heads e Vampire Weekend.

Life is Yours è permeato da uno spassionato senso di ottimismo. Forse fin troppo figlio della stagione dei lockdown, è come se ci dicesse che è ora di riprenderci gli spazi per vivere e ripopolare le piste da ballo. Operazione a rischio, vista la vicinanza temporale con l’evento storico-pandemia e la mancanza della giusta distanza per poterlo analizzare criticamente. Ma l’energia non manca e le idee sono molte. Il pop 80s dei Duran Duran fa capolino nell’euforica e frizzante Looking High, mentre Prince e la new wave si scontrano nella robotica Under The Radar. Daft Punk are playing in my house, dicevano gli LCD Soundsystem. Ascoltare The Sound per assaporare la versione addolcita e semplificata dello stile della band newyorkese.

Manca di varietà questo Life is Yours. Sollecitati dal desiderio di tirare fuori un album feelgood, post-crisi globale, i Foals hanno lasciato indietro la voglia di sperimentare, la divergenza creativa delle loro anime musicali, l’intensità e la rabbia dei loro lavori precedenti. Al netto di questo, tutto ciò che fanno in questo nuovo lavoro, lo fanno bene. I brani sono probabili hit da indie-club e hanno un potenziale cinetico che farebbe ballare chiunque. La loro identità di band, il loro marchio di fabbrica rimane inalterato. E, una volta finito il primo l’ascolto, rimane il desiderio di premere play un’altra volta.

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