Recensioni

Filippo Gatti è un artista che non ama lasciarsi schiacciare dallo scorrere frenetico del tempo. Lo dimostra la sua attività solista contornata da soli tre album in quindici anni (il terzo è questo La Testa e il Cuore) ed una narrazione trasognata ricca di prestiti letterari, riflessioni e un taglio analitico mai banale. Con Tutto Sta per Cambiare (esordio solista del 2003) e Il Pilota e la Cameriera (2012) a dare qualche interessante dritta sul modo di concepire la canzone d’autore, Gatti mostra di non aver mai perso di vista quegli inconfondibili tratti stilistici propri di una tradizione oggi sepolta da mode contemporanee e da uno sbandierare anomalo di sentimentalismo a buon mercato.
E se le ottime doti in fase di scrittura vengono qui riconfermate, a ingigantire la valenza di questo La Testa e il Cuore pensano arrangiamenti a metà strada tra un certo minimalismo folk (con un onnipresente John Martyn a far da guida) e una voglia di ritrovare quel prurito elettrico – in salsa Elettrojoyce – appena avvertibile ma sempre bene a fuoco (Il Re di Lampedusa / Le Sirene e le Stelle). Ispirato al racconto epico di Ulisse, l’album è un viaggio immaginario ma anche estremamente concreto, dove l’artista si concede il tempo di scegliere le parole esatte per raccontare una contemporaneità controversa, in cui si confondono storie d’amore, sconfitte e sudate rinascite. Riflettendoci, ciò che ha sempre convinto in Gatti è quella sua capacità di cucire testi sartoriali per i suoi brani: ne è un esempio la struggente Amore Perdonami, tra le migliori prove del disco, o il delicato arrendersi di Uh! La Rivoluzione («Oggi non penso più al domani come facevo ieri / Possiamo stare meglio scordandoci di vincere») che sembrano dirci qualcosa in più anche su chi sia oggi Filippo Gatti.
Un artista figlio della “scuola romana” e che nel legame con musicisti del calibro di Riccardo Sinigallia e Bobo Rondelli – entrambi presenti tra le pieghe di questo album – riscopre un equilibrio frutto del giusto dosaggio tra innovazione e tradizione, dove ad uscire vincente è proprio la canzone d’autore. Meno inafferrabile di Flavio Giurato e con quell’inconfutabile ispirazione che lo avvicina a giganti come Dalla, la duttilità di Gatti riesce a valicare anche territori battuti, giusto per citarne alcuni, dal Marco Notari di Io? (2011), dal Roberto Angelini de La Vista Concessa (2009) o dalla sognante concretezza di un Tiziano Sgarbi (Bob Corn). Come un moderno Ulisse, Filippo Gatti inganna la vita e la morte mostrando di esser riuscito, armato solo di penna e chitarra, a trasformare la tristezza in un sentimento palpabile ed incredibilmente vicino alla dolcezza. Non è forse questa la pura maestria dei grandi artisti?
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