Recensioni

«Ad un certo punto avevo quasi dimenticato chi sono e a cosa appartengo. Mi ero messo addosso una camicia stirata e mi ero incamminato, con tutta l’ingenuità che mi è possibile, ad inseguire il profumo inebriante della parola “cantautore”. Per abbondanza di paura ero finito ad assomigliare a tutti tranne che a me stesso». Così Filippo Andreani introduce il suo terzo disco, dopo un La storia sbagliata del 2010 e uno Scritti con Pablo del 2011 capaci di mettere ordine in un cantautorato sempre meno aderente ai modelli originali (De Andrè, Bubola, Fossati) e sempre più votato a una ricerca personale.
La prima volta – scaturito dalla lettura de Il coraggio del pettirosso di Maurizio Maggiani – è una bella fotografia analogica e folk-rock che potremmo avvicinare alle cose migliori dei Gang – non a caso presenti con Michele Severini nell’introduttiva Canzone per Delmo, brano dedicato a Adelmo Cervi, figlio di uno dei celebri Fratelli Cervi legati alla Resistenza – ma anche a tutto l’immaginario dei Clash o del Joe Strummer solista. Con la canzone d’autore che in realtà rimane sempre dietro l’angolo, comunque legata ai maestri del genere – e per nulla alle nuove leve 2.0 – e capace di una istituzionalità che è serietà, raffinatezza, consapevolezza, ma mai copia carbone.
Ascoltare La prima volta è un po’ come guardare un’Italia nostalgica o anche solo di quartiere, tra i Gianni Brera e Gigi Meroni del calcio ma anche la fabbrica, Piero Ciampi e la profondità dei legami famigliari; storie che Andreani riesce a raccontare con la consueta grazia e profondità. Il tutto non rinunciando alle chitarre elettriche (Il prossimo disco dei Clash, Veloce), a soluzioni ritmiche variegate (il reggae di Tito), ma anche a una riconoscibilità di fondo che allontana gli sperimentalismi in favore di una quadratura solida e inattaccabile. Il miglior disco di Filippo Andreani fino ad ora.
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