Recensioni

6.5

A poco più di un anno di distanza da Making A New World, tornano i fratelli Brewis con l’ottavo titolo della ditta Field Music. La formula è più o meno la stessa di sempre, quella che in Open Here (del 2018) aveva raggiunto l’equilibrio tra ricerca e maturità, ovvero: una lucidissima, arguta, ingegneristica composizione di elementi, sia omogenei che eterogenei, mirata a fare di ogni canzone l’ordigno perfetto. Un approccio che ha spinto molti a definirli geniali e molti altri a giudicarli cerebrali, dei nerd al cubo insomma ma col cuore glassato rock e il gusto per una ricercatezza per nulla astratta, vogliosa casomai di mettere il pepe nel culo all’ascoltatore per non farlo scivolare in una qualunque comfort zone.

A partire da queste premesse, le dodici canzoni di Flat White Moon sono più o meno ciò che potevi aspettarti da loro dopo un anno di pandemia, tenuto conto che il lockdown, le quarantene, l’isolazionismo totale o parziale insomma sono una bella seccatura, sì, ma rappresentano più o meno il paradiso del nerd, la dimensione ideale affinché le sue idee/ossessioni possano combinarsi e candire a puntino. Ecco quindi che finisci in un carosello frigido e ipnotico a base di Steely Dan, XTC, Beach Boys, Talking Heads, Kinks, Hall & Oates, i Wire, i Sea And Cake e il Jim O’Rourke più canzonettaro. 

Arty e progressivi, percorsi da febbricole funky e languori pop presto congelati da quadrature kraute e post-wave, sono capaci di far uscire dal cilindro mirabilie melodiche come Invisible Days e sussulti asprigni come I’m The One Who Wants To Be With You, turbamenti matematici come Not When You’re In Love e sfarfallamenti cardiaci come The Curtained Room, vampe power pop in fregola motorik come No Pressure nonché convulsioni latin tinge come Mean To Be, e via discorrendo.

Parliamo, lo avrete capito, di un album considerevole. Quando lo ascolti finisci per convincerti che i tuoi neuroni abbiano trovato il lubrificante giusto per le loro fantasie sonico/erotiche. Ti senti insomma coinvolto e brillante, parte di un processo che procede per distillazione e azzardo, lungo uno stradario che si ridefinisce continuamente ma che non perde mai l’orientamento e giunge sempre, implacabilmente, a destinazione. È un bene, certo. Ma anche no. I Field Music sono molto bravi e Flat White Moon è il loro ennesimo buon disco, però alla loro maestria manca sempre qualcosa e questo qualcosa paradossalmente pare coincidere col senso di eccessiva compiutezza, di progetto pianificato in ogni sua parte, troppo pianificato e troppo compiuto. Ascoltarli è una giostra di incastri arguti ma che, bontà loro, non possono fare che questo: incastrarsi bene. L’imprevedibilità formale viene per così dire depotenziata continuamente dal successo prevedibile – perché matematico – della composizione. Tutto si tiene benissimo. Nulla va sprecato. 

Magari non c’entra nulla, però ascoltando questo disco mi sono ricordato di quella volta che da bambino completai un album di figurine ordinando le mancanti alla Panini: arrivarono in una busta dopo un po’ di giorni, le attaccai con una certa frenesia, ma appena finito mi sentii strano, come se fossi allo stesso tempo il tradito e il traditore. Non l’ho fatto più.

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