Recensioni

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Qualche piccola novità nel quarto lavoro dei Field Music c’è, ma non è alle sottigliezze arrangiative di questi autentici baluardi della gloriosa tradizione pop-rock inglese che dobbiamo guardare.

Fedeli a una serie nota di miti e cosmologie (Beatles, Roxy Music, David Bowie, Who, Talk Talk, Blue Nile, Wire, Peter Gabriel, Kate Bush e Kinks), dotati di una garbata intelligenza che si auto-attribuiscono (vedi la nostra intervista del 2010) e che in effetti li contraddistingue, i Brewis ci apparecchiano ancora una volta il miglior McCartney con alcune impeccabli trovate eccentriche che per costruzione a incastro o senso “circolare” della melodia chiameremo, ancora una volta, prog.

Dopo il doppio Measure, Plumb segna un ritorno alla sinteticità, ma solo in termini di durata. Il disco trabocca d’arrangiamenti e gioca a rimpiattino tra il jingle-jangle, la psych dei 60s e le maturità orchestrali della decade successiva in bilico tra glam (magari, per gettare ponti 70s, potete spendervi il nome degli Of Montreal in A New Town), rock in senso fondativo (scomposto e ricomposto) e kraut rock (in certi synth dal sapore anche un po’ francofono e qualche effettino elettronico infilato con parsimonia, vedi Choosing Sides, o il motorik basso/batteria di Just Like Everyone Else).

Nel quarto episodio dei Field Music c’è tutto quello che i fratelli sanno fare egregiamente: aspettarci di più significa trovarli alle prese con il Brian Wilson altezza Smile in un trittico iniziale davvero incantevole (Start The Day Right, It’s Okay To Change e soprattutto Sorry Again, Mate); rimanere delusi si traduce nel trovarli alle prese con il summezionato McCartney (Prelude To Pilgrim Street, forse la canzone “mancata” del lotto) e in paciose cinematiche beachboysiane (From Hide And Seek To Heartache, How Many More Times?, Ce Soir) fino all’autocitazione ((I Keep Thinking About) A New Thing).

Disco validissimo Plumb, ma fatto da una band che può materialmente fare il passo decisivo per entrare nella storia. Non si tratta di calligrafia (quella è definitiva), ma di sublimarla magari in uno studio serio (Abbey Road?) e con l’ausilio di un produttore d’esperienza. Proprio come ai bei vecchi tempi…

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