Recensioni

7.2

Faust, e uno. Faust, e due. E Faust, e tre! Sembra incredibile ma non credo esista nella storia della musica rock qualcosa di così clamorosamente intricato come la vicenda recente dei Faust. Roba da far impallidire le discussioni su brand, nome, formazione ecc. ecc. che abbiamo letto un po’ dappertutto, ultima in ordine di tempo la querelle Morrissey-Marr.

Sia come sia questi Faust qui sono la terza incarnazione della band originale, in questo caso, come indica il sottotitolo, curata o gestita da Zappi, mentre le altre prevedevano la scissione con Imler da una parte (ma oramai apparentemente inattivo dopo l’album Faust Is Last) e l’accoppiata Peròn-Zappi dall’altra (piuttosto attiva con la sigla cambiata in faUSt e, dal 2021, orfana di Zappi). Considerando che nel frattempo sono usciti dei dischi con registrazioni riesumate dalla prima fase della formazione originale – Punkt e i due volumi di Momentaufnahme – e che questa incarnazione dei Faust ha già all’attivo un disco (Daumenbruch del 2021 su Heroto Tox Decodings) la selva diventa ancor più oscura e orientarsi sempre più difficile, quindi dichiariamo chiuso l’albero genea(il)logico della congrega krauta e ci godiamo questo album che in tutto e per tutto è un disco dei Faust, almeno se li consideriamo come “comune” o come congrega.

Accompagnato da un altro fondatore, Gunther Wüsthoff ai synth, e da uno stuolo di collaboratori tra cui spiccano Jochen Arbeit e Andrew Unruh di ENniana memoria, Zappi ha lavorato a stretto contatto con Dirk Dresselhaus già noto come Schneider TM e Elke Drapatz rielaborando delle jam piuttosto libere su cui sono poi intervenuti a vario titolo tutti i partecipanti con una sola regola: non sapere cosa o chi avesse messo mano a quelle registrazioni in presa diretta.

Il risultato di cotanto sforzo collaborativo, quasi un cadavere squisito fatto musica, è un’ora scarsa di Faust all’ennesima potenza, ovvero percussivismo kraut, industrial urticante, ambient mefitica e psichedelia alienata mescolati in dosi variabili e interpretate in forme personali. I nove minuti di ossessività motorik di Sunny Night, l’incubo ambient-free-noise di Die 5 Revolution e quella specie di suite e(c)lettronica minimal-techno del dopobomba che è Kratie, non sono che esempi di fulgida creatività di questi vecchi volponi dell’avanguardia a cui evidentemente fa benissimo non rimettersi insieme ma continuare a far fluire le proprie musiche in un frattale di formazioni.

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